Sartorio Giulio Aristide

pittore scultore architetto disegnatore grafico
Roma, 11 febbraio 1860 - Roma, 3 ottobre 1932

È tra i collaboratori artistici del Convito.

Nel 1895 partecipa alla Prima Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, con i dipinti: La madonna degli Angeli, Una Gorgone, Studio di testa (pastello), Sera d'autunno (pastello), Hamersmith (dittico, pastello)..

Partecipa alla Biennale di Venezia del 1897 con 7 disegni.

Partecipa alla Biennale di Venezia del 1899 con una Mostra Personale espone 38 dipinti e 14 disegni.

Partecipa alla Biennale di Venezia del 1901 con 2 sculture, 9 dipinti, 3 disegni.

Partecipa alla Biennale di Venezia del 1903 con 11 dipinti, 1 scultura, 7 disegni. (Ritratto della Moglie, Il Tevere a Castelguelfo).

Partecipa alla Biennale di Venezia del 1905 con 1 disegno.

Nel 1907 partecipa alla VII Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, con la Decorazione pittorica del Salone Centrale - 1) La Luce. - 2) Le Tenebre. - .......... e con 6 tempere nella Sala di Roma.

È presente alla LXXIX Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma - Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti del 1909, con il dipinto Monte Circeo, e quattro tempere.

Nel 1909 partecipa alla VIII Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, con la decorazione pittorica del Salone Centrale donata graziosamente di S. M. il Re d'Italia, e con due dipinti a tempera: I monti Ausoni, Una barrozza (paludi pontine)..

Nel 1910 partecipa alla IX Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, con 4 acqueforti: Tigre e pescecane, Tigre in agguato, Tigre ed elefante, "The masque of Anarchy" - by Shelley, e quattro dipinti: Buffalo e coccodrillo, Le biscie, Tigre e tigrotti, Una tigre.

Partecipa alla Biennale di Venezia del 1914 con la Mostra personale: La campagna romana, con 81 dipinti.

Nel maggio-ottobre 1921 partecipa alla 1^ Esposizione Biennale Nazionale d’Arte della Città di Napoli, con i dipinti: Gerusalemme, Cairo, Baalbeth, Gerusalemme (Le mura del Tempio).

Nel 1922 partecipa alla XIII Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, con i dipinti: Ritratto della signora M. S., Altro ritratto della signora M. S., Bimba, e incisioni in legno varie, Illustrazioni del poemetto "Sibilla".

Partecipa alla Biennale di Venezia del 1926 con 3 dipinti.

Partecipa alla Biennale di Venezia del 1928 con 2 dipinti, e 2 sculture.

Nel 1929 viene nominato Accademico d'Italia.

Nel 1930 partecipa XVII Esposizione Biennale Internazionale d'Arte della Città di Venezia, con tre dipinti: Oro, Argento, Lapislazzuli.

Nel 1930 scrive e illustra il saggio: Il paesaggio laziale nell'Eneide. per: Virgilio, a cura di Vincenzo Ussani, Supplemento al n. 49 de "L'Illustrazione Italiana", del 7 dicembre 1930 - IX.

Partecipa alla Biennale di Venezia del 1938 con 4 dipinti.

GIULIO ARISTIDE SARTORIO (1910 - Arnaldo Cervesato. Giulio Aristide Sartorio. Milano)

Quando il nuovo palazzo del Parlamento nazionale schiuderà le sue porte ai legislatori, il popolo italiano attenderà forse per molti anni ancora nel suo scetticismo ottimista, che alte voci robuste erompenti sopra il troppo lungo silenzio, annunzino la fine della triste agonia nella quale si dibatte la terza Italia, stanca forse dopo lo sforzo leggendario compiuto per il raggiungimento del suo sogno d’unità.

E però mentre durerà tuttavia questo transitorio periodo oscuro di preparazione, quello che sarà o dovrà essere, il tempio rinnovato del saggio reggimento politico starà a proclamare che un’altra agonia ha preso fine; ed una altra rinascita lungamente invocata, lungamente annunciata, fiduciosamente attesa, ha potuto prosperamente iniziarsi; la rinascita dell’arte decorativa italiana.

E sarà vanto di un pittore italiano di nascita e di nome non solo, ma profondamente italiano per il senso della tradizione, d’averlo affermato e vigorosamente con l’opera rievocatrice simile a ponte teso fra il passato e il futuro.

L’arte pittorica nostra, sorta faticosamente in quell’epoca di terrori e di tristezze che fu il medio evo, sorta per il libero schiudersi delle oscure energie locali, compresse da Roma e da Bisanzio l’arte pittorica italiana, fu sin dagli inizi oscuri (quando venne chiamata a sostituir il mosaico) nel senso di adattare una rappresentazione pittorica, una proporzione architettonica, decorativa. Da Cimabue a Giotto, all’Angelico, dal Lippi al Gozzoli al Mantegna al Ghirlandaio fino al Pinturicchio, la pittura italiana sorta dalla unione delle forme delle rozze arti locali con quelle della civiltà greco romana, trovò nella sua espressione murale la sua maggiore forza, la rappresentazione simbolica prima e poi solo grandiosamente formale fino a raggiungere, oltre Piero della Francesca e Luca Signorelli, nel rinascimento, con Leonardo, Raffaello, Michelangelo, la sua perfezione nell’armonia delle forme divine colla «divina simmetria». Ma una tal forma d'arte a punto per essersi affermata. trasformata, a traverso periodi turbinosi gloriosi della nostra vita nazionale non fu, né poteva essere l’espressione dell’idea di questo o di quel singolo spirito, non la materiazione di questo o di quel sogno; simbolo assoluto della Fede, delle Opere e della Vita sotto i segni degli astri fu il «commento appassionato delle anime» visse della nostra gente e del nostro paese le lotte e le speranze, seguì tutte le fasi della nostra cultura, della nostra esaltazione, della nostra fede; fu materiata di simboli e di visioni di miti di imprese eroiche, formidabile e profetica, maestra dell'evangelio cristiano o di pagana filosofia.

A questo sovrano ideale dell’arte e della gente nostra, a questo ideale e a questo dominio dell’arte decorativa che cantò nei secoli il poema della fede e della vita, sembra aver anelato con reverenza e nostalgia Giulio Aristide Sartorio e nei recenti tentativi della sua arte, sì da chiedere alla gran fascia decorativa, opera sua, che fregerà il nuovo palazzo del Parlamento di cantare un nuovo poema, l’estremo, il più alato, le vicende epiche del Risorgimento, sovrumano nelle gesta di leggenda dei nuovi cavalieri dell’Umanità, fiore di sangue italico.

Di questo singolare pittore che, vissuto in solitudine e temprato severamente alle battaglie dell’arte si può dir oggi soltanto abbia compiutamente svelato a se stesso il segreto dell’arte sua, si può ripetere ciò che gli antichi biografi erano condotti a scrivere intorno a quelli artefici del quattrocento che, se dalla propria esperienza, dal proprio metodo, riuscivano a trarre ed a fermare su le cupole, le pareti, le mura , il capolavoro dell’arte loro non si contentavano di nutrire il loro spirito dell’ambizione del desiderio solitario che li spingeva verso un ideale assoluto, ma nutriti severamente a tutte le fonti della nostra grandezza foggiavano a se stessi una totale armonia.

Aristide Sartorio, che oggi sembra dare all’arte decorativa la parte migliore di se stesso e del suo lavoro, ha disdegnato il cammino comune a traverso il quale l’ansietà della vita moderna è stretta fra il tedio e la necessità nella fretta - ha sortite felicemente dalla natura le condizioni e le qualità necessarie per i superiori fini dell’arte: la sua prima educazione fu quella degli antichi discepoli delle classiche accademie.

Così egli peregrinò, spinto dalla buona e dalla cattiva fortuna, seguì la moda del tempo suo per fortificarsi ed attendere nello sfogo tumultuoso delle prime tendenze, creò e distrusse tormentato e incontentabile, fin che, acquistata una propria personalità robusta, sentì di poter liberamente elevare se stesso ed il suo pennello fino alle sue aspirazioni.

Nato in Roma da famiglia d’artisti, il Sartorio fu iniziato da fanciullo, quasi per necessità familiare, alla fatica dell’arte. Il suo bisavolo Siro Sartorio era caduto in Roma da Novara quale segretario del generale Miolis governatore di Napoleone, ma compromessosi in intrighi politici fu esonerato dall’ufficio e corse il pericolo d’un processo. Le misere condizioni della famiglia spinsero il figliuolo Gerolamo a chiedere all’arte un mezzo di vivere onoratamente, e, per aver appreso da giovine la scultura, iniziò la sua carriera con certe falsificazioni dall'antico che li procacciarono un po’ di danaro e la prima fama.

Alcune di queste sue opere sono state collocate come autentiche greco-romane nel Museo Campano, mentre altri suoi lavori originali figurano al Vaticano ed alla Biblioteca Ambrosiana di Milano… Anche il padre d’Aristide fu scultore e se visse una esistenza oscura non meno spetta a lui il vanto di aver insegnato al figlio i primi rudimenti del disegno che dovettero servire al giovane di diciassette anni per guadagnarsi la vita. Esso, ansioso di creare vie nuove al suo desiderio ed alle sue ispirazioni, si lasciava allettare dalla fortuna delle strambe e leggiere settecentesche imitazioni di Mariano Fortuny allora in fiore, alternava con gl'insegnamenti paterni i canoni ispiratori dell’arte del Canova, del Thorwaldsen, del Mirardi e tra un «fondo» e l’altro agli acquerelli altrui «perpetrava - secondo le sue parole stesse - in un piccolo studio in via Borgognona, all’olio e all’acquerello moschettieri, e donnine alla Watteau».

Ma la sua natura inquieta di visioni e di pensiero, ma gl’insegnamenti paterni, le storie e le memorie della gloriosa arte italiana spingevano l’impaziente per altre vie.

Posseduto da un profondo ed innato senso della natura, da un bisogno irresistibile di creare e di trovare con la propria personalità il proprio stile, ben presto si stancò delle facili imitazioni d’un’arte di maniera. Si ribellò a questa come, innanzi, aveva tentato ribellarsi agli insegnamenti paterni, si mise presto allo studio di altri modelli, tanto che in quella Esposizione del 1882 nella quale si accolsero come una promessa di miglior tempo le opere del Carcano e del Michetti, un suo quadro La Malaria apparve quale il primo segno dell’arte sua, il preludio imperfetto ancora di quel poema profondo di umanità e di natura che nelle sue tele, nelle sue tempere, ne’ suoi pastelli il Sartorio doveva poi cantare della campagna, romana.

Era quello l’aureo periodo del vecchio movimento letterario che sostò in Italia come l’espressione di una eretica rivoluzione di canoni e di dogmi contro al vecchio convenzionalismo isterilito.

Intorno alle Cronache Bizantine Angelio Sommaruga riuniva quanti accorrevano in Roma con un sogno di bellezza e una volontà di raggiungerlo.

E il Sartorio entrò in quel Cenacolo e visse con il Carducci, il d’Annunzio, lo Scorfoglio, Il Michetti; visse la vita delle loro battaglie e delle loro speranze sì che avviando nel 1885 all’Esposizione di Parigi I figli di Caino, quadro che fu giudicato degno della medaglia d’oro, egli già sentiva tutti in sé i germi della sua arte attinti nella consuetudine de’ nuovi amici e delle idee nuove ritemprando la sua mente nella classica e nella moderna letteratura. Il primo trionfo parigino lo incoraggiò a riprendere più severamente lo studio del vero e ad accoglierlo e a riprodurlo. Il Michetti, già allora in fama di grande, lo condusse con sé nell’Abruzzo. «Feci a Francavilla- scrive il Sartorio- i primi studi di paesaggio; li feci con la scatola stessa del Michetti, e quella con cui poi oggi studio dal vero, è fatta ad imitazione del poeta abruzzese. Ma farei torto al Michetti, se dicessi che l’iniziazione dell’arte fu da parte sua una iniziazione esteriore. L’intelligenza del Maestro è una intelligenza animatrice, la visione del mondo vivo e vero, assume per lui i caratteri della rivelazione e nessuno ha fatto mai amare ai discepoli il carattere della patria terra con affetto più profondo e più sacro».

Il primo ritorno in Roma valse al Sartorio rinomanza: una nuova tendenza d’invenzione trascinava il suo spirito verso quel prerafaellismo che saggiamente fu detto da alcuno antiraffaelismo e che il Sartorio stesso comprendeva anche allora quanto fosse degno di presto scomparire. Nelle sue peregrinazioni a traverso città e musei fu più volte a Londra - conobbe il Burn - Jones, il Murray, John Millais, e, come per distruggere il suo passato, i Figli di Caino, e riprendere libero il cammino verso l’avvenire nelle nuove forme luminose, dipingeva per ordinazioni le Vergini sagge e le Vergini stolte trittico d’intenzione quattrocentesca e la Madonna degli Angeli.

Ma opere più vaste lo tentavano e di forte concezione. In questo istesso periodo si inizia la composizione del dittico, La Gorgone e gli Eroi e la Diana Efesina che sono ora alla Galleria d’Arte moderna di Roma.

Ricordate il grande lavoro possente che a Venezia fu la gloria di una mostra ?

La meravigliosa e smagliante figura della Gorgone, avvolta nell’oro dei capelli si eleva superbamente indomabile su i corpi degli eroi distesi sulla landa oscura; impietrano il dionisiaco, il pastore, il re che il suo purissimo piede calpesta a significar la vittoria.

Di contro - nella seconda parte del dittico - su la scabra roccia, una gran folla di uomini giacenti - gli schiavi fin là giunti, alla conquista delle illusioni - sovrasta la ieratica figura della Diana efesina dalle cento mammelle, nuova Cibele impenetrabile, marmorea e gelida divinità, implacabile su i doloranti corpi, sul brulicante carnaio che sembra ancor caldo ed esalare il suo terribile odore umano.

Il quadro era stato lasciato interrotto al momento della partenza del Sartorio per la Germania, dove il granduca di Sassonia Weimar l’aveva chiamato ad insegnare in quella scuola dell’Arte che già aveva tratto vanto dai nomi del Lembach e del Boecklin. Di là lo trasse l’amore che per l’uomo e per l’arte guidava all’allestimento d’Arte Veneziana Antonio Fradeletto. Questi inviò a Weimar Bartolomeo Bezzi per mettere a sua disposizione una sala della mostra. Ma era presso il 1899, nel quale anno si teneva a Dresda l’esposizione dell’arte tedesca. Il Sartorio chiese al Fradeletto se doveva essere professore tedesco e pittore italiano. E come il Fradeletto rispose «pittore italiano» l’artista, già maturo in ogni risorsa tecnica, compì e mandò a Venezia La Gorgone e gli Eroi.

Da questo punto si può dire comincia veramente, senza interruzione il cammino della gloria per Aristide Sartorio. Il quadro fu discusso largamente e piacque.

Fu anzi un trionfo. Una donna meravigliosa aveva offerto al pittore il suo nudo statuario perché egli lo ritraesse su la tela nella figura principale. E di fronte alla Diana efesina alta, muta, sfingea su le turbe degli schiavi prostrati, stette così la meravigliosa bellezza della Gorgone dispregiatrice degli eroi vinti.

Ma il ritorno in patria doveva ricondurre il Sartorio verso il suo grande ed antico amore. Quell’Agro triste e solitario, selvaggio e luminoso ne’ suoi mattini di gloria e di sole, nei suoi tramonti di miasmi, di febbri, dove una vita primitiva sembra consenta tuttavia l’esistenza di deità favolose, quella grande campagna che sembra la natura abbia voluta così perché nessun’altra vita di città abitasse presso alla vita di Roma, aveva già attratto l’anima del fanciullo ed invitava ora il sogno dell’artefice. E la campagna romana con le sue paludi atossicate e il suo fiume, le sue tombe e le sue grotte, le sue mandrie di cavalli annitrenti al vento, le sue greggi, i suoi bufali, i buoi gravi e possenti, i suoi abitanti tristi di febbre, fascinarono ancora una volta la potenza creatrice del pittore.

Quei critici acerbi e facili che lungamente accusarono ed oggi anche accusano il Sartorio di riprodurre fotograficamente la natura e di venire in aiuto finanche e fin troppo con le fotografie al pennello, forse non han visto o compreso nei quadri del Sartorio riproducesti la campagna romana quel senso vivo d’immobilità ansiosa, di panica tristezza, di desolazione immanente che nessun altro ha saputo fermar su la tela, quel senso che nessuna meccanica può riprodurre ma soltanto può l’anima più che il pennello dell’artista.

E si potrebbe dire a punto perciò, che la campagna romana ha trovato in Giulio Aristide Sartorio più che un suo pittore, il suo poeta che ne ha penetrato l’intima vita e il segreto tragico e triste le istorie o le leggende ed ha sentito il suo canto ne’ mille aliti del vento; nel fremito de’ mille germi viventi in quello zolle di un eterno sonno grave di pensiero.

Quelle mandrie a sera si avviano al chiuso scendendo o salendo, quei buoi che incedono maestosi quasi inconsapevoli del rito nobilissimo che il vomere compiè nella terra nera, il Monte Circeo che sorge alto dal mare come un mondo di sogno, quei butteri piantati come centauri nei loro cavalli intonsi, quei carri dove condottieri di mitiche proporzioni par seguano muti e pensosi un ritmo inascoltato da ogni altro; tutte le orribili visioni dell’Agro han trovato nel Sartorio una rispondenza perfetta, una linea sicura d'espressione e di significato. Anche quel mare dal quale la campagna è bagnata pare acquisti sui dipinti del Sartorio uno speciale colore di tristezza e di pensiero. «E il mare di Omero e di Virgilio - scrive egli stesso -; i navigli a vela che oggi lo solcano potrebbero essere le navi di Giasone, di Ulisse, di Enea, di Augusto, di Genserico; potrebbero essere le flotte che portarono la poesia, l’arte, la guerra, la conquista, la distruzione: pare che noi stessi abbiamo vissute tutte le vicissitudini antiche». E il regno di Circe pare ancora vivo nelle sue tele.

Buon animalista, ritrattista, talvolta scultore finissimo, scrittore impeccabile e imaginoso il Sartorio ha oggi raggiunto il sommo dell’arte sua. poiché anche un romanzo ha scritto il Sartorio, quel Romæ Carrus Navalis che quattro anni fa interessò e imbarazzò a un tempo la critica italiana.

Il romanzo del Sartorio è anzitutto una serie di quadri, isolatamente piani di colore, di gusto e di brio… Così il mondo degli artisti, quello del Vaticano, in un con quello di una certa vecchia società romana refrattaria a ogni novità, come la società aristocratica e la ambigua cosmopolita, vi sfilano, resi da una mano aperta e conoscitrice, appariscenti in loro esatto rilievo. Siamo in esso lontani dalle Rome convenzionali: presuntuose e grottesche del Bourget, dello Zola, di Hall Caine, di Maria Corelli, dalle Rome ricalcate sulle guide Baedeker o sulle storie dei papi, ovvero create senz’altro addirittura da fantasie a un tempo irrispettose e incoscienti.

Il Sartorio ha troppo anima di artista per tratteggiare un ambiente che non gli sia famigliare come artista poi, e come romano, sentì troppo da vicino le immensità molteplici e il fascino incommensurabile della sfinge di occidente, per non accostarsi a lei pieno di umiltà, di modestia, di adorazione.

Insisto sulla parte descrittiva di questo romanzo che l’autore chiama «Favola contemporanea» perché essa è realmente la finalità implicita di questo libro dedicato così, specialmente alla rivelazione di aspetti e di ambienti dell’Urbe che solo un profondo conoscitore di essa può rievocare con sicurezza e porre in loro esatta prospettiva.

Roma e l’ambiente romano rappresentano dunque la parte centrale, la parte essenziale di questo stranissimo e interessantissimo libro ove, ripeto, uomini ed episodi si succedono curiosamente quasi senza rapporti visibili , come in scene cinematografiche; un vero «pizzicato» interessante.

La narrazione più importante del romanzo stesso è la storia di certi curiosi cartoni che Raffaello redivivo e tornato al mondo per virtù di miracolo falsifica e che un critico di arte dà per veri sollevando così una quantità di polemiche, e di gelosie che danno al povero Raffaello (e di riflesso un po’ anche a tutti gli altri personaggi) un mondo di seccature.

Sono appunto le gesta, specialmente artistiche del risuscitato Urbinate, che formano l’aggrovigliato e pur tenuissimo intreccio di questa «Favola contemporanea».

Ma ciò che dopo la sicurezza di alcune fedeli dipinture di ambiente, interesserà l’avido lettore, sarà la immediata indubitabile rassomiglianza che egli troverà subito fra i personaggi della «favola» e una quantità di altre persone non favolose, ma viventi e vissute, che il Sartorio, da buon ritrattista, ci presenta tali e quali, senz’altro, senza darsi la pena del più semplice trucco… Ma torniamo al pittore.

La forza del suo ingegno - dicevamo in principio - può dunque ben oggi ricondurlo verso quell’arte decorativa che è stata la maggiore espressione dell’arte pittorica italiana.

Ch’esso a tal forma già fosse maturo davano indubbio segno quei rigorosi pennelli del quale si arricchì il padiglione italiano alla VII mostra veneziana ed oggi luminosamente confermano i pregi del Parlamento.

La mirabile opera ad encasto è poema di cui ogni gruppo è un canto.

Sotto il vessillo di Savoja è il Piemonte che eleva libera la gioventù italiana: più appresso alcune città sostengono una porta d’Italia. Seguono, poi, le cento città che circondano quali muse delle virtù popolari, e cioè della Fortezza, della Costanza da una parte, dell’Ardire, della Forza e della Fede dall’altra, circondano il Rinascimento offerente alla Giovine Italia l’Idioma, l’Umanesimo, l’Arte, la Scoperta, la Classicità e la Cavalleria. La Giustizia divide i due gruppi ed innalza due spade, l’una per proteggere, l’altra per punire. La forza bruta è vinta dall’energia della Stirpe; due atleti si stringono le mani significando l’unione. La Costanza vigila sul nemico, mentre i lavoratori rialzano l’edificio della civiltà. Dall’altro lato del fregio l’Ardire è sospinto dall’Ignoto a nuove conquiste: su la prora di una nave una Vittoria si scioglie i vincoli. La forza del genio, a lato della vitti, plasma i caratteri della stirpe italica. La fede sostiene la sfera del destino e viene dall’anima popolare l’olocausto della vita.

Nel centro è la personificazione della Giovine Italia; quindi una bellissima quadriga seguita dalle Scoperte, la Classicità, la Cavalleria.

Il lato destro del fregio presenta la personificazione di alcune città che sostengono una porta d’Italia. Poi vengono le furie che incitano, affrettano l’invasione dei barbari. I Comuni fanno argine. Il petto, le braccia degli Italiani respingono gl’invasori di là dell’area italica.

Sono poi rievocate le vicende epiche del popolo italico: l’eroismo comunale e il Risorgimento: ed è illustrata la frase: «Si scopron le tombe, risorgono i morti».

È l’alba, e nelle prime luci splende la bandiera della vittoria.

Così la evocazione delle virtù delle opere della nostra rinnovata vita civile ha trovata espressione in questa armonia di pensiero, di simboli e forme di immagini e gesti, onde sulle bronze figure espresse a dire il sogno e le speranze, a compiere l’atto eroico immortale, su tutto un popolo che trascorre inesausto in gesti di bellezza, di forza e di sapienza, appare augurale e fatidica, la Storia a esprimere nella gran fascia circolare, i doni delle età future nel circolo inesausto della vita.

Arnaldo Cervesato, 1910.




Bibliografia:

1895 - Prima Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, catalogo mostra, p. 128.

1903 - Vittorio Pica, L'Arte Mondiale alla Quinta Esposizione di Venezia, Bergamo, Istituto Italiano d'Arti Grafiche, pp. 137, 181.

1907 - VII Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, catalogo mostra, p. 25, 86.

1907 - Settima Esposizione Internazionale d'Arte in Venezia, Fascicolo Primo, Pubblicazione dell'Illustrazione Italiana, pp. 12, 13, 17.

1908 - Eugenio Vitelli, L'Arte alla VII Biennale di Venezia, Torino, Soc. Tip. Editrice Nazionale, pp. 6/9, 13, 44.

1909 - Luigi Serra, La Mostra di belle Arti a Roma, Natura ed Arte, edita a Milano da Vallardi, n. 16, 20 luglio, p. 259.

1909 - VIII Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, catalogo mostra, pp. 28/29, 84.

1909 - Arturo Lancellotti, Il nuovo Parlamento Italiano, Natura ed Arte, N. 7, 1 marzo, Milano, Vallardi, pp. 619/626 + tav. f.t.

1909 - Onorato Roux, Illustri italiani contemporanei, Memorie giovanili autobiografiche, Vol II - Artisti, parte seconda, Firenze, Bemporad, pp. 323/338.

1910 - Arnaldo Cervesato. Giulio Aristide Sartorio. Milano, Natura ed Arte, anno XIX, n. 12, 20 maggio, pp. 793/801 + tavv. f.t.

1910 - IX Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, catalogo mostra, pp. 74, 110/111.

1910 - Guido Marangoni, Note critiche sulla Esposizione Internazionale d'Arte in Venezia. Arte Italiana: Romani, Toscani e Triestini. Milano, Natura ed Arte, anno XIX, n. 15, 5 luglio, pp. 149/160 + tavv. f.t.

1912 - Il fregio di Aristide Sartorio per la nuova Aula della Camera. Italia!, periodico mensile, Sotto gli auspici della Società Nazionale Dante Alighieri, Torino Utet, p. 247/248.

1921 - 1^ Esposizione Biennale Nazionale d’Arte della Città di Napoli, catalogo mostra, Napoli, maggio-ottobre, p. 37.

1922 - XIII Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, catalogo mostra, pp. 24, 39, 79.

1929 - I trenta primi Accademici della Nuova Accademia d'Italia - Gli Artisti, La Domenica Illustrata, Alba, anno IV, n. 16, 21 aprile, pp. 6/8.

1930 - XVII Esposizione Biennale Internazionale d'Arte della Città di Venezia, catalogo mostra, p. 46.

1930 - Il paesaggio laziale nell'Eneide. Virgilio, a cura di Vincenzo Ussani, Supplemento al n. 49 de "L'Illustrazione Italiana", del 7 dicembre 1930 - IX, pp. 32/36.

1996 - La Biennale di Venezia. Le Esposizioni Internazionali d’Arte 1895-1995, Venezia, Electa, p. 616.

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