Trasferitosi il padre nella capitale francese, Carlo studiò al Liceo Napoleone e fu segnalato in pari tempo al celebre incisore Giuseppe Bovio, direttore generale dei Musei di Francia, il quale protesse anche Lorenzo Bartolini. Costui, con iperbole provenzale, diceva del suo discepolo: “Marochetti n’est pas un élève, mais un digne émule de Michel-Ange,,. A diciassette anni, nel 1822, l’adolescente potè andare a Roma. Morto allora il Canova, vi pontificava in arte il danese Thorwaldsen. Tornato a Parigi, il Marochetti dette principio alla gloriosa serie delle sue grandi opere monumentali. Caro a Sovrani d’Italia, di Francia, d’Inghilterra, fu pe’ suoi meriti artistici nominato Barone dal Re Carlo Alberto. Nel 1848 lasciò Parigi per Londra. Suoi ritratti e opere di mole si trovano in Italia, Francia, Inghilterra, nell’India e nell’America del Nord, nonché nell’Asia Minore. Tutti istantanea vita e sapienza plastica, i suoi monumenti equestri sono delle apoteosi. Racconta il Duprè che Marochetti coloriva le sue sculture. In ordine cronologico si rammentano qui i frutti più opulenti del suo genio: “Bimba che giuoca con un cane,, (1827) nel Palazzo dei Duchi di Agliè presso Genova; “Statua del Pallavicino di Morano,, (1831), marmo che trovasi a Trieste; i due “Angeli,, adoranti, ai lati della balaustra della Chiesa della Maddalena a Parigi (1834); i busti marmorei “ Carlo Felice di Sardegna,,, “Vittorio Emanuele II,,, “Duca Ferdinando di Genova,,, del 1838 al pari dello stupendo ‘ ‘ Monumento a Emanuele Filiberto ,, in piazza San Carlo a Torino. Seguono: “Bambina che dorme,,, marmo; la statua bronzea di “La Tour d’Auvergne,, (1840) a Carhaix di Finisterre; la statua di “C. L. Berthollet,, (1843) ad Annecy; la statua equestre in bronzo del “Duca d’Orléans,, (1844) a Versailles, e la replica nella piazza del Governo ad Algeri; la statua di “ San Vincenzo di Paola ,, (1846) nell’ospedale della Carità a Lione. Poi, la serie dei monumenti equestri in Inghilterra e Scozia: “La Regina Vittoria,,(1846), “Il Principe Consorte Alberto,,, “Il Duca di Wellington,, (intorno al 1854) a Glascow; “Riccardo Cuor di Leone,, (1860) a Londra. "La principessa Elisabetta Stuart", chiesa di S. Tomaso - Newport. "Busto di Antonio Panizzi" patriota italiano, Biblioteca del Museo Britannico.
Del 1861 è la fusione del “Monumento a Carlo Alberto,, in Torino, eseguito tra il 1856 e 1860.
Notevoli busti di marmo, marmo colorato, bronzi, terracotte, si trovano nel Castello della famiglia Marochetti a Vaux in Francia e altrove.
Esegue il Monumento a Gioacchino Rossini, per la città di Pesaro, che viene inaugurato il 21 agosto 1864.
CARLO MAROCCHETTI.
Un dispaccio di Londra in data del 2 Gennaio ci annunziò la perdita di questo illustre scultore. Dopo Patini, Marocchetti!
Cosi l’arte nostra che è oramai l’unico prestigio rimasto all’Italia in confronto degli stranieri, va perdendo uno a uno e a brevi intervalli, i suoi più strenui campioni, i quali se ne vanno senza lasciare successori degni di loro.
Il barone Carlo Marocchetti, nacque in Torino nel 1805. Nel 1814, all’epoca delle ristaurazioni recossi a Parigi col padre suo che s’era fatto cittadino francese; e compiuto il corso letterario al Liceo Napoleone, entrò nello studio di Astianatte Bosio per apprendervi l’arte scultoria.
Più tardi ritornò in Italia per perfezionarsi alle scuole classiche di Roma e di Firenze e non ritornò in Francia che nel 1827.
La sua prima opera fu il gruppo della fanciulla che giuoca con un cane, ch’egli offerse al Re Carlo Felice. - Poi espose a Parigi L’Angelo decaduto. E poco tempo dopo vinse splendidamente il concorso aperto dall’Accademia di belle arti di Torino per una statua a monsignor Mossi. E pochi anni dopo compì il suo capolavoro, la statua equestre, cioè, di Emanuele Filiberto che s’ammira in Piazza San Carlo a Torino, e che è senza contrasti il più bel monumento moderno d’Europa. Marocchetli non volle compensi per questo lavoro, sì che il Re Carlo Alberto lo creò barone.
In seguito egli condusse a termine nella capitale di Francia un basso rilievo per l’Arco dell’Etoile; la tomba di Bellini nel cimitero del Pére Lachaise; la statua di Lalour d’Auvergne; l’altare maggiore della chiesa della Maddalena di Parigi; un San Michele, una statua di Napoleone I, e tre statue equestri dei Duca d’Orléans.
Scoppiata la rivoluzione francese, egli lasciò Parigi, cercando in Inghilterra quella tranquillità che è tanto necessaria pel culto dell' arte. E a Londra trovò potenti mecenati, e commissioni molte e lucrosissime.
Le principali opere da lui compiute colà sono: un Riccardo Cuor di Leone, statua colossale ch’egli modellò in gesso per decorare il Palazzo di Cristallo nel ISSI, e che venne poi fusa in bronzo per soscrizione nazionale; la statua di Saffo (1830); l’Amore che gioca con un cane (1854); la statua equestre della Regina Vittoria per la città di Glascow (1854); l'obelisco in granito eretto in memoria degli inglesi caduti in Crimea (1856); il Mausoleo della principessa Elisabetta figlia di CarloI(1857); il monumento a Carlo Alberto, eretto in Torino per soscrizione nazionale e di cui sono ammirabili specialmente le quattro statue rappresentanti le quattro armi dell’esercito piemontese, non che le quattro statue emblematiche.
Oltre a questi lavori Marocchetti eseguì un numero grandissimo di busti, e specialmente di ritratti.
Da due anni il suo scalpello, se non riposava interamente, aveva perduta l’antica operosità.
Il barone Carlo Marocchetti ebbe dall’arte, ch’egli cattivò con tanto amore e con tanto lustro, ricchezze ed onorificenze, quante uomo possa desiderare. (1867/1868 - Carlo Marocchetti, L’Universo Illustrato, Milano, Emilio Treves, vol. II, 1867/1868, p. 243.)
CARLO MARCCHETTI.
Il 28 del testé passato dicembre fu l’ultimo giorno d’un grande artista italiano. Il barone Carlo Marocchetti cessava di vivere a Passy, presso Parigi, in casa della cognata contessa De Sade, nel punto che stava per movere di là a Brusselle a fine d’assistere agli sponsali del maggiore dei suoi figli. Nato il Marocchetti in Torino nel 1805, ed ivi cresciuto nel momento in cui il Piemonte, colla Liguria e coi ducati di Parma e di Toscana avevano ricevuto il battesimo di dipartimenti francesi, si trovò ancor dell’infanzia, tratto a Parigi, dove il padre aveva ottenuto posto tra gli avvocati della Corte di Cassazione. Sorpreso questi colà dagli avvenimenti del 1815, vi chiese ed ottenne la nazionalità. L’educazione del figlio dovette essere naturalmente francese. Nel Liceo Napoleone ebbe la prima sua istruzione; donde non uscì che per entrare nello studio del barone Bosio, italiano di origine come di nome, che col Canova aveva diviso i favori della famiglia imperiale. Secondo la consuetudine dei giovani artisti francesi, primo suo pensiero, per compiere i propri studi, fu il pellegrinaggio di Roma: e là poi rimase dal 1822 al 1830, frequentando unicamente i pensionati della Villa Medici, ma più specialmente assorto nelle meraviglie dell’ arte italiana del rinascimento; tanto che aveva durato difficoltà ad apprendervi la lingua materna, mentre l’affetto ardente per l’arte, che sentiva bollirsi nell’animo, affermava agli stessi occhi suoi italiano.
Notiamo un fatto, che può essere spiegazione a molti altri. Fu in quel periodo appunto che egli ivi contrasse un’amicizia indissolubile e caldissima con un compatriota suo, mai abbastanza compianto, Massimo D’Azeglio. Quali sensi patriottici accendessero il giovane scultore, lasciando Roma, Io dice l’offerta a re Carlo Felice del primo suo lavoro in marmo, un fanciullo che giuoca con un cane, che egli aveva recato a Parigi quale saggio di pensione. Altre opere gli tennero dietro in breve a Torino, fra cui una statua a mons. Mossi, vinta per concorso, la quale fu scala alla magnifica commissione della statua equestre dell’Emanuele Filiberto. Chi vede questa una sol volta, così vera, così nuova ed energica nell’atto, così poderosa nelle forme, non può non proclamarla una delle maggiori creazioni della statuaria del nostro tempo; e gliene viene più singolare ancora il valor morale, sapendo che per essa il Marocchetti non accettò rimunerazioni di sorta, pago d’aver dotato la sua terra natale d’un’opera che la rende degna d’invidia all’Europa civile. Fu in questa occasione che re Carlo Alberto lo insignì del titolo di barone; ma, ancor meglio, lo onorò della più sincera amicizia, amicizia ch’egli aveva contratta, frequentando spesso e famigliarmente l’artista durante il lavoro, di cui ammirava non meno la singolare capacità che la schiettezza dell’animo, congiunta alle maniere di un perfetto gentiluomo. Nessuno era più degno e doveva essere più proprio di lui per metter mano, vent’anni dopo, al monumento del martire d’Oporto. Ma non anticipiamo l’ordine degli avvenimenti.
Non minori erano l’affetto e la stima che il Marocchetti erasi intanto conquistato in Francia. Un bassorilievo di lui all’Arco dell’Etoile, un'Assunta pel maggior altare della Maddalena, il monumento funerario del Bellini al cimitero del Pére-Lachaise, e fuori di Parigi, per la città di Cahaix, la statua di Tour d’Auvergne, attestano qual parte avesse nelle opere pubbliche, fra le quali dobbiamo annoverare una statua dell’imperatore Napoleone I, e tre ripetizioni d’una statua dei defunto duca d’Orleans.
Quest’ultima commissione ci avverte quale legarne stringesse l’artista alla famiglia di Luigi Filippo. Era quasi al livello di quello che lo avvinceva al re Carlo Alberto. Per lo manco, fu di lì che gli venne l’impulso principale per cui s’indusse a seguire l’esule famiglia, nel 1848, sulla terra ospitale della Gran Bretagna; dove egli prese e tenne dappoi stabile dimora, e dove lo seguì quel medesimo favore onde fu circondato in Francia, e cui gli davano diritto la gentilezza de’ suoi modi e l’ngegno d’artista, che meglio comprendeva la grandiosità e la magnificenza della statuaria monumentale. Basta citare soltanto la statua equestre della regina Vittoria per la città di Glascov, quella di lord Clyde, l’obelisco eretto in Crimea a memoria dei soldati inglesi ivi caduti, il monumento Cawnpore, quello alla principessa Elisabetta, figlia di Carlo I, finalmente, la colossale statua equestre di Riccardo Cuor di Lione da gittare in bronzo e collocare alle porte del palazzo di Westminster, il cui modello figurò all’ingresso del palazzo di cristallo, nel 1862.
Intanto ch’egli dotava la nazione inglese, dal 1850 al 1860, di tutti cotesti lavori, la sua mente non cessava di rivolgersi alla patria, attendendo con intensa alacrità al monumento di Carlo Alberto, scoperto a Torino nel 1861. Era per lui, dopo quanto avvertimmo, un lavoro d’affezione, e col Lord Clyde nella piazza di Waterloo a Londra furono gli ultimi grandi lavori dello statuario. Ma l’opera sua più felice, opera d’altronde originalissima, rimase tuttavia il monumento ad Emanuele Filiberto: il soggetto si prestava maggiormente a quel sentimento di calma solenne, di energia ond’era compresa l’anima dell’artista. Il Riccardo Cuor di lione gli tien dietro, e fino ad un certo punto ne richiama il concetto; ond’è che sta e starà per gl’inglesi uno dei loro monumenti di predilezione. Nel monumento a Carlo Alberto non è tanto la statua del re, esile più che si convenga a tale destinazione, non è tanto la posa mancante di nerbo e di elasticità, ma il troppo che offende: sono quei militi più colossali del protagonista, sono quelle virtù morali allusive al defunto, che nelle vestimenta classiche mal s’armonizzano col resto. L’omissione degli uni o delle altre non sarebbe certo tornata a detrimento dell’unità e dell’insieme. Del resto, parte a parte osservato, non è esso meno degno della fama dell’artista: le figure mediane delle virtù, per la loro singolare venustà, pel loro sapore attico, fanno prova quanto profondamente il Marocchetti fosse addentro nei segreti dell’arte classica.
Alle opere in marmo del Marocchetti, in generale, non toccò la medesima fortuna che ebbero i suoi monumenti e le sue opere in bronzo, quantunque vi si intravedesse il grande artista. Educato nel primo stadio della sua carriera artistica alla scuola francese, non gli era familiare quella particolare condotta della materia onde la scultura trae gran parte del suo prestigio. Ci sarebbe per altro facile nominare più d’una opera sua in cotesta materia, come la Saffo, cui nonostante gli appunti fatti, rimane la fama di egregia. Egli ritrovava se stesso, invece, in tutte le sue facoltà migliori, nei busti in marmo. Come Canova, vi sapeva essere grande, maestoso e vero; mentre, non esitiamo a dirlo, lo vinceva dove si trattasse di dare al personaggio rappresentato l’apoteosi della storia, senza urtare nella realtà e nel senso moderno. Una delle ultime sue opere, la statua del duca di Wellington, gittata in bronzo, ed eretta all’ingresso del parco di Strathfieldsaye, va celebrata in Inghilterra appunto per aver saputo trasfondere in un tutto armonico cotesti disparati requisiti della somiglianza e della maestà dell’uomo contemporaneo e dell’eroe antico: e certo avrebbe non meno ottenuto nella statua colossale del principe Consorte, lasciata imperfetta nel suo studio a Brompton, e che doveva essere innoltrata in Hyde Park.
La morte del celebre artista non mancherà di suscitare quella vecchia controversia, che risale ad Omero, tra le nazioni che, a volta a volta, l’ebbero suo, cui ne spetti la gloria. Non si può dubitarne: egli deve alla Francia le principali buone tendenze, ed insieme alcune sue debolezze; le deve sopratutto una educazione severa, una solida istruzione, un giusto apprezzamento delle condizioni dell’artista in mezzo alla società; egli va pur debitore all’Inghilterra d’una benevola ed ossequiosa ospitalità, e forse d’un senso di rigore e castigatezza nell’arte, per cui si distinguono le ultime dalle prime sue opere. Ma egli è sempre l’artista di cuore e d’ispirazione italiano, temperato al contatto d’uomini di cui sarebbe da augurarsi Io fossero, in generale, gli artisti nostri. E la miglior prova, la testimonianza più decisiva ce la porse egli stesso col reclamare a sé il lavoro statuario in memoria del Botta in San Giorgio Canavese, siccome a lui spettante di diritto e per amicizia e per nazionalità. Che più! all’Esposizione internazionale di Londra, nel 1862, egli stesso si era iscritto fra gli artisti italiani, coadiuvando non solo all’ordinamento delle opere nostre, ma esponendovi due lavori, un gruppo in bronzo, Amore con un cane, ed il modello d’una statua di Sir Jamsefjee Jejeebhoy. - Ora, davanti alla zolla che Io copre, è per noi più che mai un debito nazionale di levare una voce di compianto e di riconoscenza alla memoria di chi seppe degnamente portare il nome italiano tra le più civili nazioni del mondo. G. MONGERI. (1867/1868 - G. Mongeri, Carlo Marocchetti, L’Universo Illustrato, Milano, Emilio Treves, vol. II, pp. 357/358 (con ill.).
Carlo Marochetti
…Godendo della particolare considerazione della Regina Vittoria e del Principe Consorte, Carlo Marochetti eseguì vari monumenti per la chiesa di S. Paolo di Londra. Nel 1850 esponeva alla Royal Academy un busto ed una Saffo: nel 1851 i ritratti del Principe Alberto e di Lady Constance Gower. Per l’ingresso della grande Esposizione Universale del 1854 a Londra presentava, ammiratissimo, il modello del Re Riccardo Plantagenet, Cuor di Leone. Proseguendo nella esecuzione di moltissimi busti il nostro illustre scultore provvedeva frattanto alla fusione di questa statua equestre, affidatagli per pubblica sottoscrizione e della quale il pubblico stesso, entusiasta, chiese ed ottenne il collocamento presso la Camera dei Lords, davanti a Westminster.
Per Glasgow Marochetti eseguiva ancora un Principe Alberto, forse preceduto «per commissione e pietoso sentimento della Regina, dalla statua della Principessa Elisabetta, l’infelice figlia di Carlo 1°, giacente sulla sua tomba nel carcere dove morì e del quale le sbarre infrante significano la liberazione dello spirito che nessun vincolo può trattenere… Questo monumento è a Saint-Thomas Church, a Newport, isola di Wight.
Con alacrità prodigiosa e pari alla bravura Marochetti arricchiva ed abbelliva, esaltandone nel bronzo o nel marmo le glorie, gli eroi, le personalità più elette e le figure dei Principi, la terra, non certo feconda di eccelsi statuari, del Regno Unito. Sorgevano così il monumento ai Soldati inglesi a Scutari (Bosforo), un altro a Inkerman ed un terzo a Strathfieldsay, una nuova statua di Wellington, il Lord Clive a Shrewsbury, il Lord Clyde ed un altro Wellington per la piazza di Waterloo a Londra, la statua di Sir Jamsetjee Iejeebboj per Bombay, un monumento a Robert Peel, uno a Lord Melbourne per la Cattedrale di San Paolo... E ancora: un M. Thackeraj, la statua di John Cast (?) per Westminster Abbey, quella di Earl Brownlow per Belton Church, il ritratto di Sir Edwin Landseer, un medaglione di Lord Macaulay, un Wellington per l’America, un busto del patriota italiano Antonio Panizzi per la Biblioteca del Museo Britannico…
«Eletto, per tanti titoli, socio della Royal Academy of Arts nel 1861 (e veramente ci avevano messo del tempo), ne fu Accademico nel'67… E nella storia della detta R.A. il Sir William Sandby lo dice ardito nel comporre i suoi temi e romantico nel trattarli e vanta il molto suo spirito nel disegno dei cavalli e il giusto collocamento dei cavalieri… e nei busti delle signore anche l’idealità e la nobilitatone. E tanto lavoro e tanta riuscita giustificavano sempre meglio la gloria e la protezione che gli accordavano gli inglesi».
Il monumento - inaugurato a Glasgow nel 1846 - della regina giovanetta a cavallo, rappresentata ancora adolescente benché coronata da sette anni e sposa dal 1840, è un trionfo di suprema grazia e di dignità regale. Non stupisce, pertanto, l’ammirazione unanime ed entusiastica con cui l’opera venne accolta dai critici e dal pubblico d’oltre Manica, cui quel soffio d’arte latina, equilibrata e pur geniale, pura espressione di armonica potenza, doveva dar gioia agli occhi e conforto agli spiriti, oltre che soddisfare il devoto orgoglio dei sudditi di S.M. Britannica.
Ma ciò che desta, anche tra noi che tali gioie assaporiamo a dovizia e da secoli, un senso di meraviglia e quasi di turbamento è la mole immensa di opere condotte a termine dal Marochetti durante la sua permanenza in Inghilterra. E ci si prospetta naturalmente - scrive Marco Calderini - la domanda: quale altra grande attività rimaneva possibile ad altri? Tanto, a distanza di tempo e di ambiente, ci appare colà egli solo!
E invero, escludendo il Severs e pochi altri competitori sull’attività e sul valore dei quali non siamo informati, lo scultore italiano fu un dominatore ed un principe dell’arte, indiscutibilmente senza rivali degni di lui in campo inglese.
Ed oggi, più che mai, ci è caro riaffermarne la gloriosa e risplendente supremazia, ricordando le parole di ammirazione e di fede con cui Camillo Cavour, discutendosi il disegno di legge per l’erezione di un monumento a Re Carlo Alberto nella seduta del 22 novembre 1852 al Parlamento Subalpino, si esprimeva nei riguardi dell’artista: « Posso dire senza esitanza, che il Marochetti è tenuto come il primo scultore d’Inghilterra, e, per ciò che concerne le statue equestri, come il più distinto artista d’Europa. E noto che a lui fu commessa la statua equestre di Wellington per Glasgow.
Mi recai apposta in quella città nel recente mio viaggio in Inghilterra, per vedere tale monumento, e devo confessare che, se non vi rinvenni il merito e la poesia dell’Emanuele Filiberto, trovai che esso, e massime il cavallo, era mirabilmente eseguito…».
Sempre dalle pagine di Marco Calderini riportiamo ancora quanto, sul soggiorno londinese di Marochetti, scriveva il conte Stanislao Grimaldi, artista di buona fama ed autore del monumento ad Alfonso Lamarmora di Torino: «Marochetti era all’apogeo della sua carriera e a Londra realizzava la posizione di Tiziano e di Rubens… Egli era a quel tempo sui cinquant’anni, nel vigore dell’età, onorato, ricco, pieno di vita ed attivissimo».
L’ultima statua che l’illustre scultore piemontese aveva eseguito in Inghilterra, grande assai più che nelle solite proporzioni, rappresentava il Principe Alberto ed era stata destinata ad uno dei vasti parchi di Londra. Essa era pronta per la fusione verso la fine del 1867: ma Carlo Marochetti non poté più rivederla. Recatosi a Parigi per le nozze di una nipote, il 28 dicembre 1867 egli si spegneva improvvisamente a Passy, poco più che sessantenne.
Molta dell’arte sua è rimasta laggiù, con tutta la sua incomparabile nobilità e con tutta la sua inconfondibile impronta latina; lontana da noi, ma oggi più nostra e più luminosamente bella che mai.
(1) M. Calderini - Carlo Marochetti, G. B. Paravia e C. - 'Torino, 1928 - L. 60.
Giovanni Reduzzi (1936 - Giovanni Reduzzi, L’opera di Carlo Marochetti in Inghilterra, (con ill.), Torino, a b c rivista d’arte, n. 4, aprile, p. 7/9).
Bibliografia:
1864 - Filippo Filippi, Rossini - Celebrazioni a Pesaro del suo XVIII Anniversario, Milano, Museo di Famiglia, n. 12, p. 192.
1864 - Angelo De Gubernatis, Le feste Rossiniane a Pesaro, Milano, Museo di Famiglia, n. 35, pp. 545, 547.
1864 - Carlo Marochetti, (con ill.), Milano, L’Emporio Pittoresco, anno I, n. 17, 25 dicembre, p. 129 (ill.), 130/133.
1866 - Torino. L’Emporio Pittoresco, Milano, Sonzogno, Anno III, n. 72, pp. 453 ill.
1867 - Il Monumento a Colombo, (con ill.), Milano, L’Universo Illustrato, n. 9, p. 140.
1867/1868 - Carlo Marocchetti, L’Universo Illustrato, Milano, Emilio Treves, vol. II, 1867/1868, p. 243.
1867/1868 - G. Mongeri, Carlo Marocchetti, L’Universo Illustrato, Milano, Emilio Treves, vol. II, pp. 357/358 (con ill.).
1888 - Monumento ad Emanuele Filiberto s Torino, L’Illustrazione Popolare, Milano, Fratelli Treves, vol. XXV, pp. 260 ill., 262.
1901 - Giovanni Duprè: Pensieri sull’arte e ricordi autobiografici, Firenze, Felice Lemonnier.
1928 - Marco Calderini: Carlo Marochetti, Torino, G. B. Paravia e C.
1936 - Giovanni Reduzzi, L’opera di Carlo Marochetti in Inghilterra, (con ill.), Torino, a b c rivista d’arte, n. 4, aprile, p. 7/9.
1994 - Vincenzo Vicario, Gli scultori italiani, Dal neoclassico al liberty, seconda edizione, volume secondo, Lodi, Il Pomerio, pp. 677/683.
2003 - Alfonso Panzetta, Nuovo Dizionario degli Scultori Italiani dell’ottocento e del primo novecento, volume II, M-Z, Adarte, p. 570.