Gemito Vincenzo

scultore
Napoli, 16 luglio 1852 - Napoli, 1 marzo 1929

Ansioso dell’arte, fu scolaro di Stanislao Lista. Le sue prime terracotte sono del 1868; la grande attività si svolse dal 1872 al 1885. Fece vivere eterne nel bronzo le creature del molo e della strada: l’acquaiolo, la zingara, il cinesino, il pescatorello, la nutrice, il malatino; e in pari tempo, artisti e sovrani e la sognata immagine ricciuta d’Alessandro il Grande. A vent’anni improntò nella creta davanti al maestro e più tardi tradusse nel bronzo per la Casa di Riposo dei Musicisti in Milano, il “ Ritratto di Giuseppe Verdi,,. Alcune tra le principali opere: “Busto di Domenico Morelli,, (1873), “Busto di Mariano Fortuny,, (1874), “Il fanciullo Guido Marvasi,, (1875). “Pescatorello,, (1877) è il titolo del caro e raro capolavoro che trovasi al Museo del Bargello di Firenze. E poi: “La signora Duffaud,, (1878—79), “Il pittore Meissonier,, (1879), “L’acquaiolo,, (1880), “Il filosofo,, (1883), “Statua di Carlo V ,, (1886). “ Ho lasciato cadere i frutti in ogni parte della terra,,: parole sue. Molti bronzi, cere, terracotte del Gemito si trovano nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna in Roma, nella Collezione privata di Achille Minozzi a Napoli; e copiosi disegni al Castello Sforzesco di Milano.

Nel luglio del 1884 viene pubblicata la sua statua in bronzo al vero: Pescatore napoletano, su L’Illustrazione Popolare, edita a Milano, da Treves.

Alla V Esposizione di Venezia del 1903, presenta le sculture: Studio di Nudo, Il piccolo pescatore, il disegno: Autoritratto, e l'Artista e una donna.

Nel 1909 partecipa alla VIII Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, con le opere: Sagittario (disegno a pastello), Gruppo di due donne (moglie e figlia dell'autore) (disegno a matita), Acquaiolo (disegno), Acquaiolo (disegno colorato), Sagittario (disegno a matita), Pescatore seduto (disegno a matita), Sagittario visto di fianco (pastello a bianco e nero), Sagittario visto nel dorso (pastello a bianco e nero), Piccolo pescatore (disegno a penna).

Partecipa con le sculture in argento dorato Acquaiolo e Medusa, alla Mostra di Belle Arti dell’Esposizione Internazionale di Roma del 1911.

Nel 1913 figura all’VIII Esposizione dell’Associazione degli Artisti Italiani, che si tiene nel Palazzo Strozzi di Firenze, presenta quattro disegno con studi di Pescatore.

Nel 1922 è presente, alla Mostra d'Arte promossa dal giornale "La Fiamma" che si tiene nel suggestivo spazio dell'arancera presso i Giardini del Corso, a Villa Borghese a Roma.

Nella primavera del 1923 partecipa alla Quadriennale di Torino, Esposizione Nazionale di Belle Arti, con un: Disegno a penna, e Testa di bambina (bronzo cesellato).

Dal 15 novembre 1926 al gennaio 1927, è presente alla I Mostra d’Arte Marinara, a Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni, con la scultura: Acquaiolo.

Il 28 gennaio 1927, il Ministro Fedele, accompagnato dall'Alto Commissario Castelli, si è recato da Vincenzo Gemito a consegnargli a nome del Capo del Governo Benito Mussolini, la prima metà del premio di centomila lire che il Governo Nazionale gli ha destinato a riconoscimento dei suoi meriti.

Nel novembre dicembre del 1930, partecipa alla Prima Mostra Internazionale d’Arte Sacra di Roma, con la Madonnina del Grappa.

Nel 1932 alla XVIII Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, viene ricordato con una Mostra Individuale Retrospettiva, dove vengono esposte 2 pitture, 31 sculture e 26 disegni.

Nel 1934 alla XIX Esposizione Biennale Internazionale d'Arte di Venezia, Mostra Internazionale del Ritratto del secolo XIX°, viene esposto i ritratti (sculture): Cesare Correnti, Il pittore Meissonier (1879) (cera), La Signora Duffaud (1878) (terracotta), e il disegno: La Signora Savarese.

Dall’ottobre 1934 al gennaio 1935 nell’ambito della Seconda Mostra Internazionale d’Arte Coloniale, nel Castelnovo di Napoli, è rappresentato con la scultura: Testa di moretto

AVVENTURE E SVENTURE DI UN GRANDE ARTISTA: VINCENZO GEMITO.

Nella deliziosa via Tasso, a Napoli, vive uno de’ più squisiti e più dimenticati artisti paesani; ma di una vita forse peggiore della morte perché matura e acuisce soltanto i dolori, senza concedere la pace che è nella tomba. Sano di corpo e quasi sempre presente a se stesso, Vincenzo Gemito ignora che intorno e al di fuori della villa Savarese, ove abita, il mondo seguita a girare come prima, anzi più sollecito di prima, - e lo ignora perché da dieci anni egli non varca la soglia del suo studio. Nel vasto locale egli si è seppellito liberamente, ostinatamente, con la sua impotenza, i suoi sogni di gloria è l’undicenne sua bambina; e aspetta. Aspetta, poveretto, che l’estro gli si riaccenda, che la fantasia spieghi un’altra volta le ali e urti contro i vetri della stanza chiedendo di uscire; aspetta che l’arte medica, o l’amore, o la violenza; o una crisi qualsiasi lo guarisca dal male che gl’incatena lo spirito. A quarantatrè anni la cura dovrebbe essere ancora possibile; ma intanto l’insuperato modellatore, il cesellatore geniale soggiace a uno de’ più profondi misteri della psiche umana: la paralisi della volontà intellettiva.

Senz’essere molto comune, il caso è però noto.

I medici lo chiamano abulia, che significa precisamente intorpidimento o perdita della volontà. Incurante della persona, trascurato, svogliato, con la faccia coperta di pelo, Vincenzo Gemito trascorre le sue giornate tutte identiche, ciarlando, pensando, ricevendo qualche amico che mostra di riconoscere e col quale rievoca il passato; - ma non lavora, non produce, non sa costringere la mente né le mani a riprendere l’attività di prima. Egli crede di essere sempre il padrone di se stesso. - Pur che volessi! - dice, e sorride, senza sospettare che i suoi sorrisi sanno di amaro e fanno piangere. Giorni addietro, in un momento di perfetta tranquillità, dopo essersi guardato a lungo le mani, il povero Gemito le porse alla moglie esclamando : - che mani, che mani! Penso a tutto il lavoro ch’esse hanno fatto, - e seguitava a contemplarle con una curiosità ingenua formata di adorazione e di sorpresa. - E perché non ne faranno ancora del lavoro?

-Eh, altro! rispose, se volessi potrei produrre ancora, ancora…

In realtà, egli non sospetta che alla volontà libera e cosciente siasi sovrapposta l’impotenza; che la creduta incontentabilità dell’artista superiore in cerca di capolavori non sia altro che vizio cerebrale.

Mai o difficilmente Vincenzo Gemito fu soddisfatto di sé, quantunque mostrasse credere di valere più degli altri. Mentre impiegava un anno a copiare la statuetta del Narciso nel museo di Napoli, angustiato, tormentato dalla smania di penetrare oltre il bronzo per rendere tutte le intime bellezze di quel capolavoro dell’antichità, a Parigi egli vantava il proprio valore con la baldanza che deriva dalla cosciente superiorità.

Sedotto dall’amico Antonio Mancini che da Parigi era appena tornato, il Gemito recavasi nel 1877 in riva alla Senna, portando seco quella figura di Piccolo pescatore che rimane tra le sue migliori cose. Ammesso al Salon, in attesa che l’ambita mostra si aprisse al pubblico, Vincenzo Gemito cominciò a correre traverso le gallerie e i musei parigini. Tutto un mondo nuovo gli si rivelava: tutta una serie di opere d’ogni età che la sua ignoranza non poteva sospettare. Come annottava, recavasi stanco in un caffè ove usavano raccogliersi in cenacolo parecchi artisti francesi a’ quali il Mancini lo aveva presentato, ma nessuno dei quali aveva avuto ancora prove del suo ingegno. Co’ gesti meglio che a parole egli raccontava volta per volta le impressioni ricevute nella giornata. Certa sera, di ritorno dal museo d’arte moderna del Luxembourg, Gemito apparve tutto turbato. -Che vi è successo? - Ho visto una cosa indimenticabile, una scultura meravigliosa: il Narcisse o il Chanteur florentin du XV siecle, non ricordo bene, del Dubois. Il cenacolo sorrise perché il giovane napoletano confessava di non avere mai inteso nominare Dubois. Uno anzi, più scandalizzato degli altri, con una leggera punta d’ironia nella voce gli disse: - Dites-donc, vous n’avez personne capable de faire une oeuvre pareille en Italie? - E il Gemito pronto, di rimando: - Nous n’en avons pas beaucoup, mais nous eu avons un. - De quel pays es-il?- De Naples. - Est il là-bas? - En ce moment il se trouve à Paris. - Et il s’appelle? - Gemito. - Sorpresa generale. C’est vous alors? - C’est moi!

L’aneddoto è rigorosamente storico, e lo riferisco tal quale a me giunse da un amico dell’infelice scultore. A Parigi allora fece chiasso e passò di bocca in bocca, si che il giorno destinato al vernissage, una folla di artisti diffidenti, tra cui lo stesso Dubois, accorse al salon cercando il Piccolo pescatore. La diffidenza si convertì subito in sorpresa, e la sorpresa in ammirazione ; e il giorno successivo il pubblico decretava al Gemito il trionfo. Gli amatori si fecero subito avanti per contrastarsi la deliziosa statuetta, lontani dal supporre che l’autore, un giovane fino al dì prima sconosciuto, pretendesse la bagattella di 30000 lire. Nessuno riescì a rimuoverlo dalle sue pretese, quantunque il bisogno incalzasse. — E inutile, vale così, ripeteva, vale così, — e tenne duro finché la cara figurina rimase per quel prezzo al Meissonier,

Poco appresso, un signore presenta vasi al Gemito pregandolo di volergli fare il ritratto. Era Dubois!

Vincenzo Gemito non ha dimenticato uno solo degli episodi luminosi del suo soggiorno a Parigi; ma ricorda con altrettanta precisione le angoscio e le battaglie della prima giovinezza. Nato poverissimo, dal popolo, nel 1852, dové provvedere subito a se stesso. Fu guaglione, birichino, garzone asfaltista; poi apprendista nello studio del Caggiano, e a quattordici anni allievo del Lista, che gli apprese l’arte del modellare. Ignorava tutto, sempre illuso, sempre curioso, sempre entusiasta. Non aveva che una fede: l’arte, - che una speranza: la gloria. Aveva conosciuto Domenico Morelli senza sapere che fosse “un arrivato„, ma lo amava assai perché regalava facilmente dei buoni sigari! Una mattina, a sedici anni, ebbe l’idea di fare una statua da solo, e modellò quel Giocatore che parve cosa meravigliosa e trovasi nella reggia di Capodimonte. Gli accademici, e in special modo il prof. Anzolini, lo accusarono però subito di ciurmeria, affermando che la gustosa figura doveva essere stata gettata dal vero.

- Difenditi, Gemito, - lo ammonivano in coro gli amici, ma preferendo i fatti alle parole, Gemito rispondeva col busto più grande del naturale, Totonno, l’amico mio, che bastò a disperdere l’accusa, non nuova del resto né recente. Ad esso tennero dietro successivamente i ritratti di Giuseppe Verdi e della moglie, di Domenico Morelli, di Mariano Fortuny ed altri ancora, compresa una vigorosa testa di Bruto che sollevò vive discussioni e che, insieme ad un alto rilievo, Giuseppe venduto dai fratelli, servì di saggio pel pensionato del Gemito, ottenuto durante quattro anni senza mai o quasi mai recarsi a Roma.

La vivacità del carattere, i suoi modi, la grande bontà d’animo e la naturale intelligenza con la quale suppliva alla mancanza di coltura, raccolsero presto intorno al Gemito una folla di amici affezionati, taluno de’ quali sale ancora oggidì in doloroso pellegrinaggio alla villa Savarese. Che struggicore davanti a quel gigante caduto che non può fare ciò che vorrebbe, che sembra un bambino con la barba d’un cospiratore, che si guarda le mani e con tenera semplicità dice loro: - vi voglio bene perché avete onorato l’arte!

Fra le opere meno note di Vincenzo Gemito ho presente un visetto di madonnina, di sapore classico, che è il ritratto della figlietta di Mariano Fortuny, eseguito nel 1874 insieme a quello dell’imaginoso colorista catalano, pochi mesi prima che le febbri malariche lo uccidessero nella sua reggia dai grandi viali ombrati, fuori porta del Popolo, a Roma.

Fra le più conosciute basterà citare i ritratti del principe Amedeo, di Cesare Correnti, del pittore Boldini, del baritono Faure; poi L’acquaiuolo modellato per commissione di alcuni ammiratori dell’ex re di Napoli; una gustosa testa di Carmela; la statuetta sdraiata della Cocotte; e ancora ritratti, e ancora teste, o smisuratamente grandi come quella del barone Dumesnil plasmata per scommessa in ventiquattr’ore, o assai piccine. Le opere di brevi dimensioni erano anzi la sua passione; perché caratteristica di Vincenzo Gemito fu la minuta, esatta, scrupolosa riproduzione del vero: - minuta soprattutto nel senso più completo della parola. Modellava in cera, con la pazienza e la diligenza del cesellatore, spingendo lo scrupolo fino all’esagerazione. Ricevuto l’incarico di eseguire la statua di Carlo V per la facciata del palazzo reale di Napoli, il Gemito partiva per Parigi - di dove la nostalgia lo avea fatto fuggire - impiegando mesi e mesi in quelle biblioteche, nel cabinet des estampes, nelle armerie a consultare ritratti e medaglieri. Imagini e documenti parlavano di un’anormalità nel volto di Carlo V: la sporgenza della mascella inferiore. Ce n’era abbastanza per suggerirgli un viaggio in Spagna allo scopo di proseguire le ricerche. Tornato a Parigi, eseguì il primo modellino in cera nello studio dell’amco Meissonier; poi lo rifece a Napoli in grandezza naturale, ma contemporaneamente attendeva ad un servizio da tavola, in argento, commessogli dal Re. Sarebbe stato un lavoro di cesello, stile del Cellini. Il pezzo centrale, i candelabri, le alzate, ecc., avrebbero dovuto rappresentare con figure allegoriche l’Italia grande e unita quale è: i suoi fiumi, i monti, le città principali. - Nessuna Corte d’Europa possederà opera migliore - diceva, mentre torturavasi il cervello per costringerlo all’originalità. Fu allora che il male terribile cominciò a manifestarsi con accessi e malinconie profonde. Rinchiuso in una casa di salute, vi rimase parecchio tempo, fin che con la calma parve avesse riacquistato la salute. Tornato libero, seppe che altri avevano, nel frattempo, tradotto in marmo e collocato a posto la statua di Carlo V. - Non è opera mia, non è opera mia, - gridava sdegnato; e recandosi ogni dì in piazza del Plebiscito non levava mai gli occhi sulla facciata della reggia ove la statua si trova. In quel tempo, o poco prima, il barone Dumesnil, col quale il Gemito aveva stretto non so quale contratto, gli costruiva, a Mergellina, uno studio e una fonderia artistica rendendolo così felice, poi ch’egli vantava più volentieri la sua valentia di fonditore che quella di scultore.

Forse gli affari della fonderia, forse la sorpresa del Carlo V, o lo sforzo d’invenzione dei molti pezzi pel servizio reale, e probabilmente tutto ciò e dell’altro insieme determinarono, quella paralisi della volontà che dieci anni addietro, nel colmo del vigore, recise la carriera di Vincenzo Gemito. Del grande servizio per la Corte è modellato, in parte, solo il pezzo di mezzo. A quando a quando, come risovvenendosi, il Gemito promette a sé e a’ suoi di volerlo finire per mantenere gl’impegni presi col buon Re; ma intanto passano i giorni, i mesi e gli anni tutti grigi ad un modo, tutti identicamente inoperosi. Sola fatica ch’egli, ad intervalli di tempo, si concede è il disegnare, come faceva negli anni migliori. Chi ha potuto vederli assicura trattarsi di disegni squisiti, degni del maestro. Uno degli ultimi è questo che riproduciamo: un auto-ritratto somigliantissimo, ma così doloroso e suggestivo da valere più di qualunque articolo. Da esso il Gemito non vuole staccarsi (io potei ottenerne la fotografia), come non lo abbandona mai il ritratto ad olio fattogli dal Meissonier nell’atto di modellare la figurina dello stesso pittore francese. In alto c’è scritto in italiano: “Al mio scultore Vincenzo Gemito„.

Quella tela e parecchie medaglie d’oro stanno ad attestare il breve ma glorioso passato del Gemito: un artista in cui parve rivivesse lo spirito del- l’immortale cesellatore fiorentino del cinquecento.

A. Centelli. (1895 - A. Centelli, Avventure e sventure di un grande artista: Vincenzo Gemito, Milano, L'Illustrazione Italiana, n. 16, 21 aprile, pp. 254/255 ill.)


Bibliografia:

1884 - Pescatore napoletano, L’Illustrazione Popolare, Milano, Treves, a. XXI, n. 30, pp. 465, 474.

1895 - A. Centelli, Avventure e sventure di un grande artista: Vincenzo Gemito, Milano, L'Illustrazione Italiana, n. 16, 21 aprile, pp. 254/255 ill.

1903 - Vittorio Pica, L'Arte Mondiale alla Quinta Esposizione di Venezia, Bergamo, Istituto Italiano d'Arti Grafiche, pp. 50, 51, 92, 93.

1904 - Alfredo Catapano, Notizie di un vivo - Una visita a Vincenzo Gemito. Milano, Il Secolo XX, pp. 530/543.

1905 - Salvatore Di Giacomo: Vincenzo Gemito. La vita e l’opera, Napoli, Minozzi.

1909 - VIII Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, catalogo mostra, pp. 143/144.

1910 - La Bella Napoli - Natale e Capo d'Anno dell'Illustrazione Italiana 1910-1911, Milano, Treves, p. 16.

1911 - Esposizione Nazionale di Roma, Mostra di Belle Arti, catalogo, Roma, p. 13.

1913 - VIII Esposizione in Firenze, catalogo edizione ufficiale illustrata, Palazzo Strozzi, Associazione degli Artisti Italiani, p. 175.

1922 - Cronache, Le mostre di Roma, Emporium, Milano, n. 330 giugno, p. 383.

1923 - Quadriennale di Torino, Esposizione Nazionale di Belle Arti, catalogo mostra, p. 39, nn. 289, 289 bis.

1925 - Salvatore di Giacomo: Vincenzo Gemito, Roma, Alfieri e Lacroix.

1925 - Ugo Ojetti : Cose viste (secondo tomo) Milano, Fratelli Treves.

1926 - I Mostra Nazionale d’Arte Marinara, catalogo mostra, Roma, Palazzo delle Esposizioni, 1926-1927, p. 88.

1927 - Il dono del Governo a Vincenzo gemito, La Cultura Moderna - Natura ed Arte, Milano, Vallardi, n. 2 febbraio, pp. 13, 14.

1929 - Piero Scarpa, Artisti Contemporanei italiani e stranieri residenti in Italia. (…), Libro Primo, Milano, Amatrix, pp. 109/112.

1930 - Prima Mostra Internazionale d’Arte Sacra, catalogo mostra, Roma, p. 66.

1931 - Francesco Sapori: L’Amico degli Artisti, Roma, Casa Editrice “Sapientia,,.

1932 - (Sergio Ortolani) XVIII Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, catalogo mostra, pp. 53/57..

1932 - XVIII Esposizione Internazionale d'Arte - Venezia, 1932 X° 28 aprile 28 ottobre, Fascicolo di Maggio della Rivista Le Tre Venezie, anno VIII°, N° 5, p. 256.

1934 - Seconda Mostra Internazionale d’Arte Coloniale, catalogo mostra, Napoli, Castelnovo, ottobre - dicembre, gennaio 1935, Roma, Palombi editori, p. 70, tav. XXVI

1934 - XIX Esposizione Biennale Internazionale d'Arte di Venezia, Mostra Internazionale del Ritratto del secolo XIX°, catalogo mostra, pp. 82, 84.

1936 - G. Morisani; Vita di Gemito, Napoli, Società Anonima Libraria.

1938 - Catalogo della Mostra di Sculture e Disegni di Vincenzo Gemito, Milano, Castello Sforzesco, aprile 1938. Orsa Editrice.

1940 - Vincenzo Costantini: Scultura e pittura italiana contemporanea, Milano, Hoepli.

1944 - Alfredo Schettini: Gemito, Milano, Edizione dell’*1 Esame.

1944 - Ugo Galetti: Gemito: Disegni, Milano, Damiani.

1949 - Francesco Sapori: Scultura italiana moderna, Roma, Libreria dello Stato.

1988 - Rossana Bossaglia e Mario Quesada, D’Annunzio e la promozione delle Arti, Milano, Mondadori - De Luca, pp. 195;

1955 - Domenico Maggiore, Arte e artisti dell’ottocento napoletano e scuola di Posillipo, Napoli, pp. 181/185.

2000 - Raffaele De Grada, Ottocento Novecento, Le collezioni d’Arte del Museo della Scienza e della tecnica “Leonardo da Vinci” di Milano, Anthelios Edizioni, pp. 217, 219/221;

1994 - Vincenzo Vicario, Gli scultori italiani, Dal neoclassico al liberty, seconda edizione, volume primo, Lodi, Il Pomerio, pp. 513/518

2003 - Alfonso Panzetta, Nuovo Dizionario degli Scultori Italiani dell’ottocento e del primo novecento, volume I, A-L, Adarte, p. 429/430

Risultati trovati: 35