Un valoroso scultore dimenticato LIO GANGERI.
Credo di trovare in questa bella rivista la sede opportuna per ricordare un bravo scultore messinese, Lio Gangeri, che per molti anni insegnò plastica nell’Accademia di Belle Arti di Carrara prima di passare a quella di S. Luca in Roma dove ebbe pari apprezzamento e dove fu ricercata e valutata, come meritava, l’opera sua.
Disgraziatamente egli, oggi, è un dimenticato, come dimenticati sono altri egregi artisti che dell’arte ebbero il culto semplice, ingenuo, primitivo, tutto religioso.
Lio (vezzeggiativo messinese di Letterio), nato in Messina nel 1844 da modesta famiglia di lavoratori, sentì, giovanissimo, la suadente voce misteriosa che lo chiamava, e come il fratello maggiore Antonio che studiò a Roma col Tenerani, si diè tutto all’arte della scultura destando lo stesso ardore negli altri due fratelli: Michele, che, educato a Firenze, divenne abile intagliatore in legno, e Giuseppe, ultimo superstite, vivente come in un rifugio di pace, a Scaletta, presso Messina. Da lui appunto, maschia, atletica figura, tutta raccolta nei dolorosi ricordi della famiglia, ora completamente scomparsa, ho avuto questi pochi cenni bibliografici, e da queste colonne sento di rivolgergli il mio grato, commosso saluto.
Di Antonio non restano che pochissime opere, essendo egli morto ancora giovane, a 32 anni, nel colera del 1867, in Messina, ed il Museo messinese possiede tre altorilievi, diligentemente modellati, appartenenti a monumenti funebri, due con la figurazione della Carità, ed il terzo di un angelo volante, con corona di alloro in mano, eseguita un anno prima della morte.
Lio, invece, lungo la sua non breve esistenza (morì in Salerno nel 1913), poté dare lavori di polso che gli riscossero ammirazione ed onori, come il monumento Natoli nel bel Composanto di Messina, quello di Marco Minghetti a Roma, quello Orlando nel cantiere navale di Livorno, e finalmente la famosa «Fulvia», in atto di pungere con lungo stilo la lingua di Cicerone nella testa recisa, espressione ferina di spietata vendetta femminile, acquistata a suo tempo dal Governo per la Galleria d’Arte Moderna di Roma.
Una scultura veramente eletta che lo ricorda nel Museo Naz. di Messina, è il monumento funebre di Giuseppe Morelli (firmato in basso: Lio Gangeri ideò e scolpì 1878) sino al fatale 28 Dicembre 1908 ornamento e decoro del Camposanto messinese, e, dopo il terribile disastro, raccolto fra le rovine di una parte dei portici che costituivano il Pantheon degli uomini illustri della città, dov’ era murato in una parete.
Consiste in una grande lastra rettangolare in marmo di Carrara, candidissimo, delle dim. di m. 2,10 X 1,25 X 0,215 di spessore, lavorata a basso ed alto rilievo, rappresentante il vecchio Morelli, educatore, scrittore e patriota fervente, accasciato dal dolore, annichilito dalla sventura, su la tomba delle sue quattro figliuole, perite nel fiore degli anni, gentili giovinette l’una all’altra abbracciate, volanti in cielo fra le nubi.
Il concetto è semplice ma di una semplicità che commuove profondamente.
Tutto attorno è silenzio triste, e dai tumuli, dalle croci sale un’atmosfera di morte. Lo scultore ha dato prova di una abilità tecnica finissima di ogni particolare, e la bella testa del vecchio, potente di espressione dolorosa, e le figure giovanili nella malinconia dolce del viso gentile, nelle vesti aderenti alla persona o svolazzanti nella vaporosità della visione che appare agli occhi del padre, dimostrano la cura ed il sentimento con cui I’artista ha saputo esprimere ogni cosa.
Egli, in una concezione libera da maniera o ricercatezza o virtuosità accademica, si rivela veramente superiore. Nel magnifico gruppo femminile, particolarmente, sono da notarsi i vari scorci, cioè la giovinetta che appoggia le stanche mani su le spalle dell’altra, la quale alla sua volta si stringe, con gli occhi chini, alla sorella, come pare, la maggiore, che regge tutte nel supremo amplesso.
Fortunatamente le figure appaiono illese, tranne una che presenta il nasino mutilato. Il monumento fu inaugurato nel 1898 a cura del figlio Vincenzo e del Comune, come ricorda una lunga epigrafe dettata da Gioachino Chinigò.
Giuseppe Gangeri, a tal proposito, mi narrava le peregrinazioni che esso ebbe a subire da un magazzino all’altro, prima che trovasse la propria sede, come se I’anima stessa, così drammaticamente agitata del venerando vegliardo, che volle essere ritratto durante i foschi tramonti della sua travagliata esistenza in quel ricordo di grande dolore, non avesse mai pace. E pace ancora non ha. Il terremoto ne ha continuato la tristissima odissea! (1927 - Enrico Mauceri, Un valoroso scultore dimenticato "Lio Gangeri", Cronache d'Arte, Bologna, fasc. 4, lug/ago, pp. 281/284 ill.),
Espone all’Esposizione nazionale del 1881 a Milano
Partecipa con le sculture La pittura, e La scultura, alla Mostra di Belle Arti dell’Esposizione Internazionale di Roma del 1911.
Bibliografia:
1881 - Al Palazzo di Belle Arti - La Galleria B., Milano e l’Esposizione Italiana, n. 37-38, p.303.
1911 - Esposizione Nazionale di Roma, Mostra di Belle Arti, catalogo, Roma, p. 31.
1927 - Enrico Mauceri, Un valoroso scultore dimenticato "Lio Gangeri", Cronache d'Arte, Bologna, fasc. 4, lug/ago, pp. 281/284 ill.,
1994 - Vincenzo Vicario, Gli scultori italiani, Dal neoclassico al liberty, seconda edizione, volume primo, Lodi, Il Pomerio, pp. 504/505.
2000 - Raffaele De Grada, Ottocento Novecento, Le collezioni d’Arte del Museo della Scienza e della tecnica “Leonardo da Vinci” di Milano, Anthelios Edizioni, pp. 217, 218.
2003 - Alfonso Panzetta, Nuovo Dizionario degli Scultori Italiani dell’ottocento e del primo novecento, volume I, A-L, Adarte, p. 425.