Giola Gandini, nata a Parma il 19 maggio 1906 e morta il 17 settembre 1941, è vissuta a Venesia fin dalla sua giovinezza; ha esposto, dal 1929 in poi, a tutte le Mostre organizzate dall'Opera Bevilacqua - La Masa assieme col Sindacato Belle Arti di Venezia; inoltre alla III Mostra Triveneta di Padova (1932), alla I Sindacale di Padova (1933), alla II Mostra Nazionale organizzata dal Sindacato Belle Arti di Napoli (1937), alla XXI Biennale di Venezia (1938),
nel luglio 1938 partecipa alla mostra: Concorso femminile del ritratto
in pittura - Associazione Nazionale Fascista Artiste e Laureate, a San
Remo, Villa Municipale, con i dipinti: Ritratto di povera, Ritratto
della signora N. R.
(Opera Premiata con: Diplomi della Confederazione Fascista Professionisti e Artisti: 2° - GANDINI GIOLA, Ritratto della Signora N. R.).
Dal 5 febbraio al 22 luglio 1939 partecipa alla Terza Quadriennale Nazionale d'Arte di Roma, con il dipinto: Pomodori.
partecipa alla Mostra delle opere dei Premi San Remo (1939), alla Mostra delle Artiste Veneziane a Ca' Dolfin di Venesia (1940),
Nel set / nov. 1940 partecipa al II° Premio Bergamo. Mostra
Nazionale di Pittura Anno XVIII, a Bergamo, nel Palazzo della Ragione,
con l'opera: Composizione.
Sue opere furono acquistate dal Comune di Venezia (1939) e dal Ministero dell'Educazione Nazionale (1940).
Una retrospettiva della pittrice, con il meglio della sua opera, è stata organizzata alla XII Sindacale Veneziana (XXXII Esposizione Bevilacqua - La Masa) nel dicembre 1941, gennaio 1942
- Si è spenta a trentacinque anni, ghermita dal suo male, nel pieno
vigore della sua attività pittorica. Non aveva frequentate scuole né
accademie. La vocazione l'aveva tratta alla pittura: vi si era
abbandonata con confidenza, facendone la sua ragione di vita. Dipingeva
da una dozzina d' anni. Poche lezioni di un maestro a cui subito le
qualità dell'allieva si annunciarono promettenti; poi la scuola del
nudo. Il solito tirocinio degli autodidatti: i primi risultati generici,
quindi lo studio e la meditazione. V'era in lei un impegno che stupiva i
pochi che la conoscevano: fin dai primi tempi il limite del
dilettantismo veniva superato da una scioltezza pittorica che rivelava
una sensibilità di colore non comune.
Con spirito di autocritica
s'impegnò subito in una lotta più serrata: ciò che l'accademia non le
aveva fornito era necessario costruirselo da sé, faticosamente, con le
proprie forze. Seguirono anni di lavoro, in cui il controllo
corrispondeva all'accanimento di assestare il mondo di forme che la
realtà le offriva. L'attirava soprattutto lo studio della figura:
l'esercizio del modello umano è in lei costante, direi commovente:
sentito e risolto con una severità affatto femminile. Il suo istinto era
di abbandonarsi al colore: ma sapeva rinunciarvi, per puntare sulla
costruzione di un mondo formale sobrio ed equilibrato. Andava così
liberando, inconsciamente, senza sforzo, una sua vena di gusto cromatico
il quale fluiva man mano che l'impalcatura formale veniva ad esaurirsi
come limite, a sciogliersi come ricerca. Nasceva così in lei, verso il
1939, un respiro più ampio di realizzazione pittorica, mentre la scelta
dei soggetti andava qualificandosi con maggior rigore. Ritratti
femminili, nudi di donna, bimbi, composizioni a due figure, nature
morte: altrettanti soggetti che la pittrice veniva man mano liberando
dalla loro apparenza di dato oggettivo: elementi cioè di un discorso in
cui si depuravano le scorie del luogo comune, dell’immediato, del
generico, per diventare argomenti di colore e di luce. Nel suo studio,
illuminato da quella luce calda, riverberata dal Canal Grande a S.
Geremia, la pittrice veniva realizzando una sua fantasia di colore che
toccava figure e cose avvolgendole in un'atmosfera irreale, mediante un
gioco di pennellate arruffato e lieve al tempo stesso.
Osservate
le sue opere: vibra in esse un gusto di toni chiari, pervasi di luce,
inconfondibili, Azzurrini, verdi limone, grigi perlacei si stemperano e
si accordano in sottile armonia coi rosa carnicini, viola leggeri, che
talora s'incupiscono fino al purpureo o al viola profondo. V'è un
palpito di luminosità che continuamente rende inconsistente il colore,
filato e sfioccato da una pennellata ormai scaltra, ma sempre
controllata. La trama delle pennellate sciolte veniva a mettere a fuoco
il soggetto della sua emozione. La pittrice, in questi ultimi due anni
di lavoro, era riuscita a trovare il suo tono spirituale: un'emozione
inquieta, direi stupita e dolorosa, sentita in una luminosità cromatica
sfatta e sensitiva. Cercava cioè che i suoi mezzi pittorici divenissero
docili strumenti della sua emozione: fossero la sua «tecnica magica». Le
migliori delle opere esposte ne fanno fede.
Quasi un sentimento
di pudore prendeva la pittrice dinanzi a dei risultati che stimava
ancora troppo incompiuti: forse in lei c'era un'aspirazione a realizzare
di più, a concludere con maggior compiutezza ciò che fluiva ormai con
tanta freschezza dai suoi pennelli. Le opere sue rivelano la coerenza
con la quale ha attuato la sua vena pittorica.
AIcuni risultati
potranno anzi stupire per la modernità: in essi sembrano riflessi
notevoli esempi della cultura artistica odierna. Sarebbe facile dire,
per esempio, dinanzi a qualcuna di queste tele, che vi sia un'eco di
Menzio, di cui certo la pittrice avrà visto opere alla Biennale.
Piuttosto ritengo che si tratti di un problema consimile, che la
pittrice veneziana andava risolvendo con le sue forze e la sua
sensibilità. Del resto in lei la forma sciolta ed apparentemente tutta
risolta nel colore non s' accontenta di risultati neo-impressionistici:
tutt'altro. Era anche nelle sue intenzioni di voler realizzare un senso
più formale. La sua emozione la spingeva oltre. Certe pennellate
brusche, nelle opere più recenti, scavano e solcano la forma con
turchini più inquieti, viola più pesanti: evitano cioè un dissolversi
atmosferico, imponendo alle figure un sentimento più sordo, più chiuso,
direi un'emozione più crudele.
Scavando in profondità scioglieva
la figura umana da ogni esigenza illustrativa, riconducendola ad un
valore di simbolo primitivo. Questo suo trasfigurare in un'atmosfera di
colorismo esaltato si vena talora di una cupezza improvvisa; in certe
creature femminili ella raggiunge un sentimento d'intimità quasi gramo e
scarno: una pera sospesa, svaporata in un'atmosfera di colore livido.
Questa ormai, si capiva, era la sua strada: e non a caso lei, ormai
veneziana, pronunciava il nome di Kokoschka, Non provatevi, s'intende, a
controllare sui quadri questa simpatia: proprio da veneziana intuiva
come il problema espressionistico potesse risolversi con la sua emozione
coloristica. Di più non dobbiamo chiedere alla sua opera incompiuta. Ma
non possiamo far a meno di dire che il suo sforzo, isolato del resto
rispetto all'ambiente, era ben legittimo, che il suo intento lascia
presumere che la strada scelta portasse molto innanzi. L'energia con la
quale ella si rinchiudeva in se stessa, in un'ansia di ricerca,
corrispondeva a quel suo istinto così vigile di limitare le proprie
forze controllandole senza dissiparle. Ma senti come un'ansia di poesia
lega queste opere, come da questo continuo tormento nasca e si elabori,
magari attraverso inquietudini e contraddizioni, uno stile, che la morte
ha interrotto.
Nel quadro della pittura veneziana d'oggi
l'opera della Gandini costituisce un episodio che non può essere
ignorato e che va meditato per la sua profonda sincerità, cioè moralità
artistica.
L'immagine che la Gandini ha fissato di se stessa è
per questo cara e commovente ad un tempo: testimoniando quell'ansia che
colora tutta la sua pittura.
RODOLFO PALLUCCHINI / 1942
Bibliografia:
1938 - Concorso femminile del ritratto in pittura - Associazione Nazionale Fascista Artiste e Laureate, San Remo, Villa Municipale, catalogo mostra, nn. 267. 269.
1939 - Roma, III Quadriennale d'arte..., Gandini Giola, Pomodori, Il Gazzettino, 22 marzo, ill..
1940 - II° Premio Bergamo. Mostra Nazionale di Pittura Anno XVIII, catalogo mostra, Bergamo, Palazzo della Ragione, sett./nov., p. 52.
1942 - Rodolfo Pallucchini, Per Giola Gandini, Venezia, Le Tre Venezie, n. 2 febbraio, pp. 84/86.