Nicola Cotellessa (Lanciano, 26 luglio 1926 - Pescara, 24 luglio 2008) appartiene a una linea autonoma della figurazione italiana del secondo Novecento che ha continuato a riconoscere nella pittura non un semplice esercizio linguistico, ma una forma conoscitiva fondata sulla centralità dello sguardo e sulla permanenza dell'esperienza umana. Estraneo alle dinamiche più ideologiche dell'avanguardia e lontano dalle strategie espositive del sistema artistico contemporaneo, sviluppò una ricerca coerente e autonoma, costruita attraverso una costante fedeltà alla pratica pittorica e alla continuità della tradizione figurativa italiana.
Figlio di Giuseppe Cotellessa, insegnante di disegno nelle scuole superiori, cresce entro un ambiente sensibile alla disciplina del segno e alla costruzione dell'immagine. La sua formazione avviene prevalentemente in modo autodidatta, attraverso un costante esercizio di osservazione e studio rivolto alla tradizione figurativa italiana e, in particolare, alla sensibilità luministica e tonale di Giovan Francesco Gonzaga e Michele Cascella, riferimenti riconoscibili nella costruzione atmosferica e cromatica della sua pittura.
Dal matrimonio con Diana Cotellessa ebbe tre figli; una ulteriore continuità della sensibilità artistica familiare si ritrova nell'attività del figlio Giuliano Cotellessa, artista attivo in ambito nazionale e internazionale, la cui ricerca si definisce autonomamente entro esiti di orientamento astratto e segnico.
Fin dagli esordi, l'opera di Cotellessa manifesta un rapporto diretto con il dato reale, mai tuttavia risolto in chiave meramente descrittiva o naturalistica. La realtà osservata viene progressivamente interiorizzata e restituita attraverso una costruzione pittorica nella quale memoria, luce e presenza emotiva assumono funzione strutturale. In questo senso la sua figurazione non appare come sopravvivenza accademica, ma come scelta consapevole di continuità linguistica e di resistenza alla progressiva dissoluzione dell'immagine che attraversa larga parte della cultura artistica del secondo Novecento.
La sua produzione comprende prevalentemente ritratti, nature morte, paesaggi e soggetti religiosi. Nei ritratti emerge una particolare attenzione alla dimensione psicologica della figura: i volti sono costruiti attraverso una materia cromatica densa e una luce raccolta, capace di accentuare il senso di interiorità e sospensione emotiva. Le nature morte e i paesaggi rivelano invece una sensibilità atmosferica fondata sull'equilibrio tonale e sulla capacità del colore di organizzare lo spazio senza mai perdere il rapporto con la realtà percepita.
Anche nei soggetti sacri Cotellessa evita ogni enfasi narrativa o devozionale, privilegiando una rappresentazione raccolta e umana, affidata più alla tensione silenziosa della pittura che alla retorica dell'immagine religiosa. Profondamente legato alla figura di Padre Pio, l'artista sviluppò una spiritualità intima e meditativa che attraversa con discrezione larga parte della sua produzione. L'intera sua ricerca appare così segnata da una costante tensione memoriale, affidata alla permanenza della figura, alla centralità della luce e alla continuità emotiva dello sguardo.
Nel corso della sua attività partecipò a oltre duecento tra mostre collettive, premi, concorsi ed estemporanee, distinguendosi in manifestazioni quali il Premio "D'Annunzio" di Pescara e il Premio Basilio Cascella di Ortona. Pur rimanendo estraneo alle dinamiche più esposte della contemporaneità artistica, sviluppò una produzione ampia e coerente, oggi presente in numerose collezioni private.
La pittura di Nicola Cotellessa testimonia la permanenza di una concezione dell'arte fondata sul valore conoscitivo dell'immagine e sulla centralità del mestiere come forma di esperienza, memoria e continuità culturale.
Notizie biografiche e materiali documentari forniti dall'Archivio familiare Cotellessa.
Prof. Avv. Paolo Di Francesco
Critico d'arte
Nota critica:
La pittura di Nicola Cotellessa occupa una posizione singolare e autonoma nel panorama della figurazione italiana del secondo Novecento. Estranea tanto alle ideologie dell'avanguardia quanto alle seduzioni decorative della pittura di consumo, la sua opera si sviluppa entro una dimensione di rigorosa coerenza interiore, nutrita da una fedeltà assoluta all'esperienza dell'immagine. In un'epoca che tende progressivamente alla frammentazione del visibile e alla spettacolarizzazione del linguaggio artistico, Cotellessa sceglie invece la via più difficile: quella della concentrazione poetica e della verità emotiva.
La sua pittura nasce infatti da un rapporto profondo tra memoria, luce e presenza umana. Nulla, nelle sue opere, appare semplicemente descritto. Figure, paesaggi, nature morte e immagini sacre sembrano emergere da una lenta sedimentazione interiore, come apparizioni trattenute dentro una materia pittorica densa di tempo e silenzio. Il dato reale non viene mai negato, ma sottoposto a una progressiva interiorizzazione che trasforma la visione in esperienza mentale.
Nei ritratti — forse il nucleo più intenso della sua ricerca — Cotellessa evita qualsiasi compiacimento psicologico o naturalistico. Il volto non è mai semplice fisiognomia: diviene luogo della coscienza, superficie attraversata da una vibrazione trattenuta, da una malinconia quieta che appartiene più alla memoria che alla cronaca del reale. Gli sguardi non cercano lo spettatore; sembrano piuttosto custodire un dialogo silenzioso con il tempo. È proprio in questa sospensione emotiva che la sua figurazione raggiunge gli esiti più alti.
Anche la costruzione pittorica rivela una sensibilità estremamente colta. La materia si organizza attraverso velature, passaggi tonali, dissolvenze luminose che smorzano il contorno senza disperdere la struttura formale. Il colore non svolge funzione ornamentale né puramente descrittiva: è sostanza emotiva dell'immagine, architettura psicologica dello spazio. In questo senso la lezione tonale di certa tradizione italiana novecentesca — da Michele Cascella fino ad alcune rarefazioni liriche prossime a Giovan Francesco Gonzaga — viene assimilata da Cotellessa in modo personale e indipendente, senza mai cadere nella citazione o nell'imitazione.
Persino nelle opere di soggetto quotidiano o mondano — interni, figure femminili, scene di conversazione, paesaggi lacustri o marine — la pittura rifugge sempre l'aneddoto. Cotellessa non racconta episodi: costruisce atmosfere mentali. Lo spazio si contrae, le figure assumono una fissità quasi teatrale, mentre la luce diffusa introduce una sottile inquietudine esistenziale. La modernità, nelle sue opere, non viene celebrata ma osservata con distanza meditativa, come se ogni immagine custodisse la percezione fragile di qualcosa destinato a scomparire.
Nelle nature morte questa tensione si fa ancora più essenziale. Gli oggetti perdono progressivamente consistenza materiale per trasformarsi in rapporti cromatici, vibrazioni luminose, equilibri silenziosi tra forma e memoria. Anche le composizioni più semplici possiedono una densità contemplativa inconsueta: Cotellessa sembra dipingere non ciò che vede, ma ciò che lentamente permane nella coscienza dopo la visione.
Particolarmente significativa appare inoltre la sua produzione sacra. Le maternità, i volti religiosi e le figure devote sono completamente privi di retorica confessionale. La spiritualità di Cotellessa non nasce dall'enfasi narrativa ma dalla sospensione dell'immagine. I suoi personaggi sacri conservano una dimensione profondamente umana, quasi fragile; la luce li attraversa con delicatezza meditativa, trasformando la pittura in uno spazio di raccoglimento interiore. In queste opere il sentimento religioso coincide con una ricerca di silenzio e compassione.
Ma ciò che distingue davvero Nicola Cotellessa da molta figurazione del suo tempo è la natura etica del suo rapporto con la pittura. In lui non esiste alcuna concessione al virtuosismo, alla provocazione o alle strategie linguistiche dominanti del sistema artistico contemporaneo. Ogni opera appare costruita lentamente, attraverso una pratica quotidiana di osservazione, disciplina e interiorizzazione del reale. La pittura torna così a essere non esercizio stilistico, ma forma di conoscenza.
Proprio questa distanza dalle mode conferisce oggi alla sua ricerca una qualità rara. Cotellessa appartiene infatti a quella famiglia sempre più esigua di artisti per i quali dipingere significa ancora salvare qualcosa dall'erosione del tempo: una luce, un volto, un gesto, una memoria destinata al silenzio. La sua figurazione conserva dunque una verità profondamente umana e una coerenza poetica non comune.
Nel panorama dell'arte italiana contemporanea, la sua opera si impone così per sobrietà, autenticità e intensità lirica: una pittura colta e severa, capace di trasformare il visibile in meditazione e la memoria in forma.
Prof. Avv. Paolo Di Francesco
Critico d'arte