Besrodny Pierre - Pietro

pittore
Pietroburgo (Russia), 1859 - Venezia, 26 marzo 1945

Partecipa alle Biennali di Venezia del 1914 con 2 opere

Nel 1920 partecipa alla Biennale di Venezia con 8 opere

Nel 1922 partecipa alla Biennale di Venezia con 3 opere

Nel 1924 partecipa alla Biennale di Venezia con 1 opera, e alla Mostra degli acquerelli con 1 opera.

Nel 1926 partecipa alla Biennale di Venezia con 3 opere

Nel 1928 partecipa alla Biennale di Venezia con 1 opera

Nel 1930 partecipa alla Biennale di Venezia con 2 opere

Nel 1936 partecipa alla Biennale di Venezia (Mostra degli stranieri residenti in Italia) con 3 opere


PIERRE BESRODNY.

Fra i pittori dei giorni nostri che amano attingere direttamente dal vero I’ispirazione dei loro pennelli, vi sono di quelli i quali, durante tutta la loro carriera artistica o per lo meno durante la maggior parte di essa, vogliono e sanno mantenersi fedeli, con mirabile costanza, al cantuccio di terra a cui debbono i propri natali o in cui hanno fissato stabile dimora. Quasi che il resto del mondo non esistesse o per lo meno non presentasse alcun interesse o alcuna attrattiva, eglino non si stancano mai di contemplare, con sguardo amorosamente indagatore, e poi di rievocare sulla tela, sia con iscrupolosa oggettività, sia con glorificatore soggettivismo, gli aspetti pittoreschi dal proprio villaggio o della propria provincia, a seconda delle varie ore del giorno e delle successive stagioni dell’anno, o anche i tipi e le costumanze speciali della popolazione che lo abita.

A tale categoria appartengono - per menzionare qualche nome - tanto l’olandese Hendrik Wilhelm Mesdag, morto nell’estate del 1915, più che ottantenne, all’Aja, il quale deve la sua fama mondiale ad una numerosa serie di marine, solcate da battelli da pesca, in cui ricompare sempre, rallegrata dal sole o rattristata da grosse nuvole temporalesche, la lunga spiaggia di Scheveningen, e lo svedese Otto Hesselbom, molto apprezzato dal pubblico italiano e morto anche lui di recente, il quale, ritraendo in vasti quadri di fattura sommaria ed un po’ stilizzata e di ampia visione panoramica, il piccolo villaggio di Söffle in cui abitava e la campagna che lo circondava, ha così bene espresso il singolare carattere del paesaggio scandinavo, frastagliato di acque e di terra, quanto l'italiano Francesco Paolo Michetti, genialmente vario ed efficace e che sa essere a volta a volta robusto o leggiadro, drammatico o idillico nella rappresentazione dei luminosi paesaggi e della vita contadinesca dell’Abruzzo chietino.

Costoro, è vero, non riescono sempre, specie se trattano soltanto il paesaggio, ad evitare una certa monotonia, la quale può anche farli prendere un po’ in uggia dal pubblico delle odierne mostre di arte internazionale, morbosamente assetato, come esso è, di inedite sensazioni estetiche. Eglino, però, in compenso, qualora siano dotati di una visione personale e posseggano una fattura salda espressiva e sicura, diventano assai di sovente artisti rappresentativi della scuola pittorica a cui appartengono e di cui, con le loro opere, mettono bene in rilievo l'accento nazionale. In ogni modo, sono lodabili e talora ci appaiono perfino commoventi per I’appassionato zelo con cui si sforzano di mantenersi, sia pure condannandosi a una vita austera e solitaria, in stretto e immediato contatto con la natura dal loro paese nativo e di riprodurne gli aspetti non soltanto con paziente e devota fedeltà, ma anche e soprattutto con l'intensa tenerezza di colui che ama e predilige ciò che ritrae col magistero dell'arte.

A questo gruppo di pittori che presentano uno spiccato carattere nazionalista se ne contrappone un altro che potrebbe invece qualificarsi cosmopolita perché coloro che ne fanno parte non possono, per l'indole loro vivace mobile e alquanto irrequieta, limitarsi alla contemplazione accurata e fervida di un solo paese, per quanto pittoresco esso sia e per quanto caro al proprio amore di patria, ma hanno l'invincibile bisogno d’interessare, trascorso un certo limite di tempo, le loro pupille e la loro mente ad uno spettacolo nuovo.

Volubili Don Giovanni della tavolozza, eglino passano nel campo pittorico dà simpatia a simpatia, dà entusiasmo a entusiasmo, dimenticando, mentre vanno da un paese ad un altro, per lo spettacolo che si presenta oggi ai loro sguardi quello che li affascinò ieri, salvo a trascurarlo domani per una qualche altra caratteristica e seducente scena di mare, di campagna o di città. Un boschetto ricoperto di neve, una prateria velata di nebbia, una spiaggia illuminata dal sole, un ponte di Londra, un canale di Amsterdam, una terrazza di Capri, un reggimento di soldati che attraversa una strada di Parigi, un gruppo di pescatori bretoni che gettano dalla barca la rete a mare, una comitiva di popolani napoletani che ballano la tarantella riescono successivamente a richiamare la loro attenzione e a suggerire loro il soggetto di un nuovo quadro.

Giuseppe de Nittis e Frank Brangwyn, ecco due artisti di spiccata fisionomia cosmopolita, ma, mentre I’uno, osservatore minuzioso e analitico della realtà e invaghito della vita moderna nella città e nella campagna, campagna, cambiava, con disinvolta e sicura maestria di pennello, la sua fattura, secondo che sulla tela si proponeva di riprodurre una scena di Londra, di Parigi o dell’Italia meridionale, invece l’altro, il quale, più che di dare l'impressione evidente della verità, si propone di trasformarla in un armonioso complesso di rabeschi e di macchie di colore, conserva sempre, pure accentuandone o attenuandone sapientemente la gamma cromatica, la specialissima tecnica che dinanzi ai suoi quadri, fa ripensare a quei variopinti tappeti orientali, i quali sembrano proprio creati per la gioia degli occhi.

A siffatta schiera di pittori d’anima cosmopolita, i quali, veri ebrei erranti dell’arte, girano di continuo pel mondo, fermandosi durante qualche mese o qualche anno in un paese, lasciandolo appena esso abbia perduto pei loro occhi il dono d impressionarli e per la loro mente quello di esteticamente sovreccitarli e recandosi subito dopo a chiedere a un altro paese una nuova fonte d ispirazione, appartiene senza dubbio Pierre Besrodny.

Per dimostrarlo basta fare I’elenco dei titoli dei suoi principali quadri ad olio o ad acquarello:L'autunno nelle isole presso Pietrogrado”,Caffè moresco ad Algeri”, “Un antiquario a Venezia”, “Una strada a Napoli”, “Messina vecchia”, “Giorno di sole a Subiaco”, “In una chiesa a Siviglia”,Sulle rive della Neva”, “Calzolai marocchini”, “Un rio a Venezia”, “Una terrazza fiorita in Andalusia”, “Mendicante russa”, “Un angolo pittoresco a Tunisi”,Tramonto a Castellamare di Stabia”,Saluto della luna a Taormina”, “L’inverno a Capri”, di cui parecchi, esposti a Venezia e a Milano, richiamarono subito I’ammirazione e I’attenzione dei buongustai italiani d’arte per l'elegante grazia della fattura e pel delicato sentimento dell’ora.

Nato a Pietrogrado, Pierre Besrodny ricevette la sua prima educazione nell’aristocratica Scuola dei paggi e, giovanissimo ancora, fu nominato ufficiate della Guardia imperiale.

Ogni altro alla sua età sarebbe stato felice d'indossare la divisa dell’ufficiale, specie di un corpo così brillante e così ben visto e bene accolto nell'alfa società russa, ma egli, che aveva acconsentito a seguire la carriera militare soltanto per accontentare le ambizioni che per lui aveva la sua famiglia, nutriva invece dentro diil desiderio ardentissimo di diventare pittore. Trovò quindi modo e tempo, malgrado le sue occupazioni di sottotenente, di farsi accogliere come alunno nell’Accademia imperiale di belle arti di Pietrogrado e di seguirne i corsi. Posto al bivio dalla sua promozione a tenente, con destinazione a un'altra guarnigione, egli, senza esitare molto, dette le sue dimissioni, abbandonando cosi la carriera delle armi per dedicarsi completamente all’arte.

All’Accademia ebbe fino dai primi passi per guida e per maestro PavéI Tchistiakoff, che, nel medesimo periodo di tempo, iniziava all’arte il Wrubel. il Seroff, il Somoff, il Bakst e varii altri, destinati ad occupare in seguito un posto eminente nella novissima arte russa. Pittore di storia e ritrattista abbastanza pregiato, egli era soprattutto ottimo insegnante e così il Besrodny, come tutti coloro che furono suoi allievi, lo ricordano con commossa riconoscenza, perché fu lui che infuse nei loro spiriti quel bisogno di tenersi in istretto contado con la natura e di contemplarne, con sguardo limpido e penetrante, gli svariati e notevoli aspetti, che formar doveva in appresso la base comune della produzione artistica di tutti i soprannominati pittori, pure assumendo diverso atteggiamento secondo la differenza d’indole di ciascuno di loro.

La riforma realistica dei cosi detti «Ambulanti», capitanata da Kramskoi, Sunikof. Vasnetsof e Repine, dopo essere stata lungamente e fieramente osteggiata dal mondo ufficiale, vinceva ogni contrasto e riusciva ad impadronirsi perfino della direzione dell’Accademia delle belle arti. Il Besrodny, il cui spirito alquanto ribelle e molto irrequieto, incominciava già a sentirsi stanco di doverne seguire i corsi con compassata regolarità, profittò dal rivolgimento da capo a fondo che vi avveniva per abbandonarla, sebbene avesse ottenuto più di un lusinghiero

successo, specie come acquarellista, nelle annuali mostre degli allievi. Ciò che lo indusse soprattutto a tale passo fu l’occasione, aiutata non ricordo più da quali circostanze, che gli si presentò di attuare alfine la suprema ed esaltante aspirazione della sua prima giovinezza e il desiderio, sempre rinnovato e mai del tutto appagato, dell’intera sua esistenza, almeno finora: viaggiare attraverso il mondo, inebriandosi degli aspetti svariati sotto cui si presenta la natura nei differenti paesi.

Da Pietrogrado si recò difilato a Costantinopoli e dalla pittoresca capitale della Turchia alla brillante e tumultuosa Parigi. Ma in queste prime tappe del suo appassionato e non mai interrotto pellegrinaggio attraverso l’Europa e l’Africa settentrionale, egli osservò molto e dipinse poco e non fu che verso il 1900, dopo avere visitata anche la Spagna e l’Italia e dopo un lungo periodo di elaborazione psicologica e tecnica, che s iniziò il periodo pienamente cosciente e gustosamente maturo della sua operosità artistica.

E qui mi piace di trascrivere un brano molto significativo di una sua lettera confidenziale, la quale, mentre fa la storia infima dei primi passi della sua carriera, dopo che ebbe lasciata l’Accademia di Pietrogrado per ritrovare se stesso e perfezionarsi viaggiando intorno a! globo terrestre, ci svela un po’ della sua anima di aristocratica raffinatezza e di disdegnosa suscettibilità.

«L’evoluzione procedeva dentro di me lenta e penosa, a prezzo di una lotta costante del pittore con le difficoltà che presenta per luila natura, quando egli si propone d’infondervi I’anima propria.

Dopo ogni difficoltà superata, sorgono altri ostacoli, difficoltà nuove da vincere. Passano così gli anni, molti anni, prima che I’artista si senta padrone appieno della propria tecnica.

Il giorno in cui alfine egli esce completamente vincitore da questa lotta, ognuna delle sue tele diventa un inno di trionfo per la difficoltà saputa superare in essa. Al motivo che domina nell’opera tutto è sottomesso, tutto è sacrificato. E il pittore giunge al punto di non potere lavorare se non scopre un altro motivo affatto diverso che lo ispiri, una difficoltà d’altra specie da superare, qualche cosa di affatto nuovo da evocare sulla tela.

Ma dove cercarla, dove prenderla questa qualche cosa nuova? Nella sua anima, sembra, s’egli vuole infonderla nella natura, se, cioè, egli ricorre alle sue sensazioni, ai suoi sentimenti, al suo pensiero per confondersi con essa in una sola e comune vita.

Ma in questo nostro basso mondo “tout passe, tout lasse, tout casse”, secondo quanto afferma un famoso proverbio francese. I nostri sentimenti, le nostre sensazioni, i nostri pensieri anch’essi si stancano.

La nostra sensibilità si atrofizza e per risvegliarla ed eccitarla non vi è forse che un solo mezzo: la ricerca dal nuovo, col cambiamento di ciò su cui si posano i nostri sguardi, con lo spostamento da un paese ad un altro.

Da ciò la necessità per l'artista di non rimanere sempre nello stesso posto, di viaggiare.

È cosi che da più di un decennio «il pittore russo» - come sogliono chiamarmi coloro pei quali il mio cognome esotico appare troppo irto di consonanti - è stato visto ora a Napoli e ora a Siviglia, ora ad Algeri e ora a Tangeri, ora a Parigi e ora a Venezia. E così che sono andate accumulandosi le impressioni vissute sentite amate fissate sulla tela. L’autore tiene ad esse, perché non sono già «quadri da vendere», ma una parte della sua anima, e forse la parte migliore e più interessante che egli cerca di conservare e che non potrebbe vendere senza pena, anzi, più che senza pena, senza vera e profonda sofferenza».

Per non vendere i suoi quadri, figli diletti dell’anima sua, o per cederli il meno possibile e conservarli presso di sé, il Besrodny si è rassegnalo e si rassegna tuttora a chiedere i mezzi per soddisfare le esigenze della vita quotidiana a qualche incarico amministrativo o diplomatico, sacrificandogli alcune ore della sua giornata. Certo l'arte bottegaia è odiosa e spregevoli sono quei pittori che, pur di guadagnare molti quattrini, si piegano alle esigenze del cattivo gusto dei compratori. Non bisogna però neppure esagerare sotto un altro rispetto perdendo ogni contatto col pubblico.

Salvo casi speciali, i quadri sono fatti per essere venduti, come le ragazze sono fatte per maritarsi: i quadri rimasti invenduti nello studio delI’artista fanno non minore tristezza delle zitellone rimaste fra le pareti della casa paterna.

D’altra parte, se Pierre Besrodny non ha visto che assai in ritardo riconosciuto siccome meritava in patria ed all’estero (1) il suo originale talento pittorico, benché già da tempo giunto alla piena maturità - e ciò riesce sempre doloroso per un artista, per quanto egli sia altiero o si dimostri indifferente al successo - non lo deve forse, oltre che alla sua esistenza randagia, all’amore ferocemente geloso e sospettoso per le opere sue, che gliele fa tenere lontane il più possibile dagli occhi dal pubblico, quasi abbia timore che vi si trovi qualche amatore d’arte che s’invaghisca di una di esse e profitti di un momento di debolezza dell’autore per farsela cedere?

Il Besrodny si sente, come egli medesimo confessa, assolutamente incapace di confezionare netto studio i suoi quadri, mercé l'aiuto di bozzetti e di studi, come pure suole fare la maggioranza dei pittori Egli dunque, grandi o piccole che siano le sue tele, lavora ad esse al cospetto dal vero e all’aria aperta, non perché non riconosca che la natura cambia con continua rapidità sotto gli occhi di colui che vuole fissarne un qualche aspetto, ma perché sente che, soltanto mantenendosi nell' ambiente in cui ha provata intensa e persuasiva l’impressione dal particolare motivo pittorico che gli ha suggerito il suo quadro, egli può conservarne la nitida memoria fino all’ultima pennellata.

Questo metodo, a cui egli si è sempre scrupolosamente attenuto, dà ad ogni sua opera, quale che ne sia il soggetto e il formato, una complessiva fusione di luce, un'armonia nei rapporti delle sagome e dei colori, un equilibrio delle varie parli e soprattutto un’intensità evocativa, la quale, se le toglie forse quell’attrattiva un po’ sfacciata per cui un quadro, secondo l’efficace espressione francese. ‘accroche le regard’ del visitatore di un esposizione appena egli entri nella sala in cui esso si trova, possiede invece I’altra attrattiva, tanto più difficile a trovarsi e quindi tanto più preziosa, di parlare all'anima di colui che le si è avvicinato e ha saputo comprenderla e di trasmettergli l’acuta impressione che, talvolta pittoresca e poetica insieme e sempre palpitante della vita superiore dell’arte, ha colpito, di fronte a una scena del vero, la sensibilità dell’autore e gli ha imposto di ritrarla sulla tela (2).

Una riprova negativa della bontà di tale metodo, considerato almeno dal punto di vista della peculiare indole di lui, la si ha nel considerare le figure che sono la parte debole di più di uno dei suoi quadri. Esse, infatti, collocate d’arbitrio e eseguite di maniera dall’artista, ad un occhio attento si rivelano per solito fuori ambiente, spostate e quasi intruse, a meno che per le loro minuscole dimensioni, non ci si presentino come semplici macchie di colore.

Altre doti che si ritrovano quasi sempre nei quadri che qualche volta il paesaggio nordico, ma più spesso quello delle terre ridenti dal Mezzogiorno hanno suggerito a Pierre Besrodny sono l’eleganza del taglio, la grazia della composizione, la pastosità della pennellata e la delicatezza della colorazione.

Coloro che in un’opera d’arte non si contentano di cercare l’interesse estetico, ma vogliono anche trovarvi un interesse etnico o storico non sapranno perdonare a Pierre Besrodny di non avere, nella sua qualità di Russo, voluto rivolgere, seguendo l’esempio del Levitan, del Korovine o del Seroff, la sua attenzione alle vaste scolorite e desolate pianure, ai torbidi stagni, ai magri boschetti di betulle e ai melanconici villaggi dello smisurato impero moscovita, o esprimere, come ha fatto il Riabuskine, il carattere delle rudi popolazioni rusticane che lo abitano, o anche rievocare, come il Roerich, le costumanze delle primitive genti slave. Però, coloro i quali invece, assai più sagacemente, comprendono che sarebbe non meno assurdo il chiedere ad un artista che si ribelli alla propria indole per darci delle opere che non sente del pretendere delle arance da un pero o dei melagrani da un fico e che quindi per interessarsi a lui, gli domandano semplicemente e puramente che riveli, con piena ed efficace schiettezza, una personalità di concezione e di visione più o meno spiccata ma affatto sua e una tecnica savorosa e sapiente, gusteranno e ammireranno una veduta di Venezia del russo Besrodny non meno, se anche diversamente, di una dell’italiano Guglielmo Ciardi e una sua scena di Siviglia non meno di una dello spagnolo Santiago Rusinol.

L’appassionato farfalleggiamento estetico che la speciale indole impone a questo suggestivo paesista russo come una necessità impellente, la quale lo induce a non rimanere mai troppo a lungo nel medesimo posto, salvo a ritornarvi dopo alquanto tempo e che lo sospinge a viaggiare di continuo per ricavare da nuove variopinte corolle il miele prezioso di acute impressioni, vissute rapidamente, ma sentite intensamente ed amate profondamente, di cui cospargere i quadri futuri, attribuisce all’opera dei suoi pennelli una spiccata varietà di aspetti, di arabeschi e di accordi di colori.

È essa che ne forma una delle seduzioni maggiori e ad essa contribuisce altresì la differente tecnica adoperata alternativamente dal Besrodny, perché, mentre infatti le sue pitture ad olio si raccomandano per una fattura larga pastosa e sintetica, i suoi vaghissimi acquerelli piacciono, nelle loro minuscole dimensioni e nella loro fedeltà alle sobrie ed eleganti tradizioni dei gloriosi maestri dell’Inghilterra e dell’Olanda, per un minuto giocondo e armonioso complesso di vivaci macchiette, le quali, sul bianco della carta, evocano, con abile sicurezza di pennello, pittoreschi paesaggi, tipiche figure e leggiadri aggruppamenti di fiori, di frutta e di ceramiche.

Vittorio Pica - Aprile 1917.

Note

(1) In patria, infatti, tale doveroso riconoscimento del posto onorevole che il Besrodny era riuscito ad occupare nel mondo dell’arte, col coscienzioso pertinace e fervido lavoro del suo pennello, non lo si ebbe che nel 1914. Fu in quest'anno soltanto che egli, malgrado le lunghe assenze dal suo paese nativo e le volontarie sue infedeltà a più di un dettame tradizionalistico, veniva eletto ad un posto, da poco rimasto vacante, di quell'Accademie di Pietrogrado che portava ancora il titolo di ‘Imperiale’e comprendeva in tutto quaranta membri, prescelti fra i rappresentanti più valenti e caratteristici delle varie branche delle belle arti in Russia.

Assai meno evidente e solenne e perciò appunto più gradito al cuore del bonario e modesto pittore pietro-gradese fu lo spontaneo tributo di vivo simpatia e di schietta ammirazione che, lontano dalla sua patria ed in un paese che egli aveva visitato a varie riprese per unire col fissarvi stabile dimora, ma in cui aveva fin ad ora nascosta la sua qualità di pittore, gli venne da un gruppo di buongustai proprio nel medesimo anno 1914, per due tele esposte nel padiglione russo dell’undecima Biennale veneziana. E siffatto tributo di simpatia e di stima doveva nelle due successive esposizioni internazionali del 1920 e 1922 essergli confermato in forma ufficiale con I’acquisto di un suo quadro per la Galleria d'arte moderna di Venezia e di un altro suo quadro da S. M. il Re d'Italia.

(2) *Piacemi di qui riportare il giudizio, così efficace e sottile, che di un recentissimo gruppo di tele del Besrodny, suggerita da Venezia e di fattura sempre più raffinatamente sintetica nonché di ispirazione sempre più squisitamente suggestiva, ha dato l'illustre pittore, poeta e critico francese Emile Bernard: * Cest un artiste en nuances, un Albert Samain du pinceau. Il ine peint point des sites. mais des sentiments: il réduit le motif au symbole. - Ce quii a vu en Italie c’est la flamme errante du soleil s'unissant è des glorieux trophées. Une vibration d'àme palpite, insaisissable. à la surface de ses ceuvres. - Toujours plus jeune plus il avance en àge, sa couleur fleurit en irisations, sur des thèmes signifìants, sché matiques. Il a trouvé l’art de dire des tendres, des simple choses, et de balbutier l’Infini!”


Bibliografia:

1923 - Vittorio Pica, Pierre Besrodny, in: Nel Mondo delle Arti Belle, Serie Prima, ..., con 174 illustrazioni, Milano, Bestetti e Tumminelli, pp. 42/60.

1926 - Pietro Besrodny, "Sobborgo veneziano" (olio), XV Biennale Internazionale Veneziana, Napoli, Cimento, p. 264 ill.

1996 - La Biennale di Venezia. Le Esposizioni Internazionali d’Arte 1895-1995, Venezia, Electa, p. 319.

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